Agorà

NIGERIA. Achebe e Soyinka: fermate l’odio

Anna Pozzi venerdì 13 gennaio 2012
​Si definiscono tre sopravvissuti di una generazione di scrittori e insegnanti, che continuano la loro lotta per la costruzione di una nazione possibile. Wole Soyinka, Chinua Achebe e JP Clark sono tre fra i maggiori scrittori nigeriani. E, come molti loro concittadini, sono preoccupati per l’ondata di violenza che sta travolgendo il Paese. Al punto da lanciare - insieme e con tutta la forza del loro carisma intellettuale e morale - un inequivocabile appello: «Let not this fire spread! Non lasciamo che il fuoco si diffonda!».Premio Nobel per la letteratura nel 1986, scrittore, ma anche poeta e drammaturgo, Soyinka è molto conosciuto pure in Italia, dove sono stati tradotti diversi suoi libri. Lo è meno per la sua militanza politica, giocata non tanto a livello di partiti, ma come coscienza civile di una nazione in grande fermento, ma continuamente attraversata da ondate distruttive. Per il suo impegno per la democrazia e contro la guerra venne imprigionato in cella di isolamento dal 1967 al 1969. Un’esperienza da cui ha tratto il romanzo L’uomo è morto. Oggi di nuovo, questo gigante d’Africa dai piedi d’argilla, che è la Nigeria si ritrova scossa da un’ondata di violenza che rischia di coinvolgere e travolgere le comunità a tutti i livelli. Protagonista è la setta islamista «Boko Haram» («L’educazione occidentale è peccato», in lingua «haussa»), che fa stragi di cristiani, ma attacca anche moschee e simboli del potere. Insieme a Chinua Achebe, la cui opera di narratore è in gran parte incentrata sulla denuncia dei disastri del colonialismo prima e dei regimi corrotti poi, e JP Clark, pure lui scrittore, drammaturgo e poeta, Soyinka ha dato voce a una paura che loro stessi definiscono «coltivata segretamente e che ora si sta realizzando». «Un incubo - scrivono - che avevamo confinato nei nostri cuori o condiviso nella privacy delle nostre famiglie o con qualche fidato amico e collega e che alla fine è esploso nella nostra realtà sociale».Questo incubo si chiama appunto «Boko Haram, i "talebani della Nigeria", che preferiscono essere identificati con il nome arabo di «Jamàatu Ahlis Sunna», o semplicemente «Yusufia» (dal nome del loro fondatore Mohammed Yusuf). Una setta potente, nonostante fosse già stata combattuta alla fine degli anni Novanta-inizio Duemila, che sta sempre più radicalizzando lo scontro avendo di mira non solo i cristiani, ma anche il governo centrale, per estendere a tutto la Nigeria la «sharia», la legge coranica già in vigore in 12 dei 36 Stati confederali. Di fronte a una preoccupante <+corsivo_bandiera>escalation<+tondo_bandiera> di violenza, che rischia di mettere le comunità l’una contro l’altra, i tre scrittori rivolgono un appello a tutti, per una presa di coscienza e un’assunzione di responsabilità individuale e collettiva. Ma soprattutto affinché coloro che dovrebbero guidare la nazione si facciano carico della situazione. «Non bastano dei pii pronunciamenti - dicono i tre intellettuali -. Tutti coloro che hanno un minimo di influenza o autorità, e che aspirano a una leadership anche morale, devono agire ora  per spegnere le prime scintille, persino prima ancora che si manifestino e diventino contagiose». Sollecitano una risposta urgente ed efficace; chiedono che i leader siano dei "veri" leader in tutte le comunità e rifiutino di «farsi risucchiare nel calderone delle tensioni reciproche che è lo scopo dei guerrafondai religiosi che sono in mezzo a noi».«Quello che proponiamo - aggiungono - non è una dottrina della sottomissione o una mera supplica dell’intervento divino. Anzi, è il contrario! Dobbiamo porre tutta l’umanità di cui è fatta la nostra nazione al di sopra dei metodi e delle intenzione di questi dissennati che cercano di mettere religione contro religione, comunità contro comunità, distruggendo la coesione all’interno delle case. Il nostro dovere è di denunciarci gli assassini che sono in mezzo a noi, negare loro, sin dalla fonte, il sangue di cui si nutrono, il caos che è la loro ambizione, l’odio che ha avvelenato la loro psiche collettiva. La nostra missione è di dimostrarci superiori a loro nella comprensione, di andare oltre il loro progetto perverso e di conservare la nostra umanità».