Agorà

Storia. La Napoli illuminista: grande e fragile, fra miseria e nobiltà

Maurizio Cecchetti venerdì 6 agosto 2021

Potrebbe sorprendere leggere che lungo il Settecento il dibattito sullo sviluppo di alcune capitali europee ha avuto come temi principali una serie di problemi – in qualche caso vere patologie – che anche oggi assediano le nostre metropoli. Riassumendo con uno slogan diciamo che il dibattito riguardò soprattutto “grandezza, lusso e povertà”. L’architetto Giorgio Simoncini, già allievo di Bruno Zevi e autore di vari saggi storici incentrati sulla storia dell’architettura e dell’urbanistica nell’età moderna, ha da poco pubblicato da Olschki un excursus lungo il XVIII secolo, fino grosso modo alla Rivoluzione francese, riguardo La grandezza delle capitali nel dibattito dei riformatori illuministi e con specifico riferimento a Napoli, Parigi e Londra (pagine 148, euro 25,00).

Simoncini, che ha novantadue anni, non è nuovo all’argomento: già nel 1996, sempre da Olschki, aveva pubblicato Le città nell’età dell’illuminismo, di cui ora questo ultimo saggio può fornire un più specifico approfondimento per come è incentrato sulla dialettica, all’epoca già molto forte, fra centri e periferie, su una idea di città che si allarga e si degrada proporzionalmente al suo sviluppo economico, impoverendo le province, sull’etica che viene messa in pratica con le scelte di governi che ragionano con la testa delle monarchie, e su come tutto questo aumenta i benefici e i piaceri frutto di una economia sempre più commerciale, a svantaggio dell’agricoltura; economia che a Londra, in particolare, manifesta già la sua finanziarizzazione.

Tocca a Napoli aprire l’excursus perché, come lo stesso autore dichiara, è sulla capitale borbonica che il saggio si regge, laddove Parigi e Londra si affiancano sia per dare un contesto comparativo sia per sottolineare l’importanza della città partenopea nello scenario europeo del XVIII secolo. Con una scelta piuttosto ispirata Simoncini inizia parlando di Mefistofele e Faust. Durante il suo viaggio in Italia Goethe visitò Napoli e conobbe l’illuminista Gaetano Filangieri che egli così descrive: «Appartiene a quella gioventù piacevolissima la quale si propone la felicità dell’umano genere ed una libertà temperata...». E Simoncini suggerisce come proprio queste parole del grande scrittore siano la spia di un influsso del pensiero e degli ideali dei riformatori meridionali sulla sua opera.

Il giudizio che Goethe dà della città oltre la sua ammirazione cela anche un’ombra: «Napoli sì, è un vero paradiso, ognuno vive nell’ebbrezza di una specie di oblio di se stesso...», ma, come rileva Simoncini, l’oblio per i moralisti è l’anticamera della perdizione. E in effetti la polemica sul lusso – che è proprio un tema critico dell’illuminismo (quasi mezzo secolo fa Einaudi aveva pubblicato una notevole antologia del dibattito francese, a cura di Carlo Borghero) – introduce a quasi tutte le riflessioni che riguardano le capitali trattate in questo libro.

Filangieri fu un protagonista di quella dottrina fisiocratica che pone l’utilitarismo alla base di un’armonia che assicuri stabilità e serenità ai cittadini, mentre il lusso sfrenato dei nobili e proprietari terrieri può bloccare la funzionalità del sistema economico (producendo ricchezza che non va in circolo a benefico di tutti, ma resta confinata nella capitale e non crea sviluppo nelle province, aumentando anche il malumore della popolazione e gli impulsi alla rivolta). Il faustismo è una delle tentazioni dell’uomo moderno. Faust voleva fare in grande, per soddisfare il suo desiderio di dominare il mondo. Simoncini annota che «l’aspirazione [di Faust] a rendersi padrone della natura, rientra tra le manifestazioni del pensiero illuminista». E Goethe pare tener conto di questo. Mefistofele asseconda Faust, ovvero la sua avidità di terra sottratta alle acque costruendo barriere marine, per poi bonificarla e darla da coltivare a chi ne vivrà e sarà libero; e desidera questo fino a un momento prima di morire, perché «nessun piacere lo sazia, nessun bene gli basta, e così continua a inseguire forme mutevoli...» commenta Mefistofele. Questo tema alimenta un dibattito che sembra finire tristemente quando prevalgono i rivoluzionari, che vogliono annientare i ricchi per dare ai poveri (ma il cui rigorismo non è affatto “temperato”).

La Napoli in questione è quella segnata dalla fine del dominio spagnolo, l’arrivo degli austriaci e poi dal nuovo regno borbonico. La città si presentava con due facce: bellezza dei palazzi nobiliari, della vita in questi luoghi, del paesaggio; e all’opposto la condizione dei sobborghi con migliaia di persone costrette a mendicare, e con i delinquenti e banditi che venivano in città dalle province attirati dal richiamo della ricchezza che cresceva ma rimaneva nei forzieri di pochi. Quindi problemi di sicurezza, di degrado ambientale, di diseguaglianze. La città era congestionata, aveva strade dissestate, solcate da miriadi di carrozze che fanno pensare al traffico di automobili di oggi; lo sporco e i luoghi maleodoranti crescevano, la peste si faceva largo, e l’immagine da paradiso del lusso era offuscata dalla nuda realtà.

Nei vari pensatori e uomini politici prevalgono due linee: quelli che vedono solo il male e quelli che ritengono che i mali siano compensati dalla grandezza di ciò che veniva realizzato e avrebbe avuto, come notava l’archeologo e duca di Noja, Giovanni Carafa, un effetto morale sulla vita della città. Tipico di questo duplice atteggiamento il dialogo che Antonio Genovesi inscenò nelle sue Lettere Accademiche fra il Canonico e l’Abate: il primo si scaglia contro il lusso e le sue malattie, il secondo compie una difesa delle grandi città in una logica che oggi definiremmo liberista: «Lasciate, lasciate, Canonico, lasciate fare alla legge dell’equilibrio... », il laissez faire nemico di una economia controllata dallo Stato che limita il mercato.

L’avvento sul trono di Ferdinando IV portò a un’epoca di riformismo sostenuto dal pensiero empirista, dove la critica alle grandi capitali (Francesco Milizia) in favore di una decentralizzazione verso le province continuò per decenni, ipotizzando di spostare nelle periferie i luoghi amministrativi e i tribunali. Filangeri inclinava per un riequilibrio nei rapporti fra etica civile ed economia, dove il lusso si rendeva tollerabile purché i benefici si riversassero su tutta la società. Il rifiuto della Grande Capitale si acuì con l’avvento dei riformatori rivoluzionari (lo stesso successe a Parigi, non a Londra dove il lusso nobiliare era molto meno ostentato): in particolare emergono le figure di Nicola Fiorentino e Vincenzo Russo, il quale metteva persino in dubbio che le grandi città fossero compatibili con la democrazia, anche per l’alto livello di corruzione che le dominava, e arrivava a considerare lecito soltanto il commercio dei beni di prima necessità. Entrambi sarebbero finiti sul patibolo con la restaurazione borbonica.