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Filosofia. Addio a Robert Spaemann, voce morale della filosofia cattolica

Simone Paliaga mercoledì 12 dicembre 2018

Il filosofo tedesco Robert Spaemann (1927-2018)

«Il profilo interno della religione cristiana è costituito dalla fede nella realtà di Dio e dalla speranza della vita eterna presso Dio. Ma finché è fede che vive in questo mondo, essa adempie, allo stesso tempo, a varie funzioni sociali e psicologiche» scrive in La diceria immortale. La questione di Dio o l’inganno della modernità Robert Spaemann, il maggiore filosofo cattolico di lingua tedesca, scomparso ieri all’età di 91 anni

Nato a Berlino nel 1927, dopo gli studi a Münster, Monaco, Friburgo e Parigi, insegna filosofia a Monaco, Heidelberg e Strasburgo. Da sempre difensore del realismo metafisico, Spaemann non smette mai di riflettere sul rapporto tra natura e ragione, ma una ragione illuminata dalla fede.

Coerentemente la sua filosofia morale fa aggio sulla tradizione che da Aristotele si muove fino a san Tommaso d’Aquino tentando di superare le difficoltà in cui si imbattono le concezioni morali moderne come il kantismo, l’utilitarismo, il consequenzialismo e l’etica della discussione. Alla moralità del dovere, Spaemann preferisce una moralità protesa verso la vera felicità, la meta propria di ogni uomo,l perché aperta a quella trascendenza senza cui tutto crollerebbe. «Non c’è etica senza metafisica» ribadisce con forza il pensatore cattolico in Felicità e benevolenza.

Fin da giovane Spaemann è uno spirito indipendente che prende seriamente le ricadute sociali della sua fede. Negli anni Cinquanta non esita a impegnarsi contro il riarmo dell’esercito tedesco, nel decennio successivo si oppone al nucleare, durante i Settanta polemizza con l’educazione libertaria rinunciando alla cattedra che era stata di Karl Jaspers e H.G. Gadamer e negli anni Ottanta procede lancia in resta contro gli idoli del momento, l’aborto e l’eutanasia, che gli aprirà le porte della Pontificia Accademia per la Vita voluta da Giovanni Paolo II.

Benedetto XVI lo incontra tardi, ma l’ammirazione e stima si trasformano in vera amicizia che si incontra più volte a Castelgandolfo come racconta lo stesso Spaemann nelle sue memorie, Dio e il mondo. Un’autobiografia in forma di dialogo. Entrambi condividono lo stesso attaccamento liturgico e la visione di una Chiesa vissuta come frangiflutti dinanzi relativismo dominante. Una sintonia che non risale agli ultimi tempi vista che la battaglia contro il relativismo è già al cuore della prima opera tradotta in italiano, Concetti morali fondamentali. Lì Spaemann non esita a riconoscere che «i punti in comune tra le idee morali in diverse epoche e culture sono molto più numerosi di quanto generalmente vediamo. In tutte le culture vi sono doveri dei genitori verso i figli e dei figli verso i genitori; ovunque la gratitudine viene considerata “buona”; ovunque l’avaro è disprezzato ed il magnanimo è stimato; quasi ovunque l’imparzialità è considerata la virtù del giudice ed il coraggio la virtù del combattente».

Pur assumendo negli ultimi anni posizioni critiche nei confronti di Francesco a seguito dell’esortazione apostolica Amoris laetitia, Spaemann rimarrà una delle figure di punta della filosofia cattolica contemporanea. Successivamente la circolazione delle sue opere dipende da Per la critica dell’utopia politica, uscito a cura di Sergio Belardinelli che contribuisce nel corso degli anni a promuovere la conoscenza di Spaemann in Italia, Rousseau. Cittadino senza patria e L’origine della sociologia dallo spirito della Restaurazione.

Fondamentale nel cammino di pensiero di Spaemann è Persone. Sulla differenza tra “qualcosa” e “qualcuno”. L’ambiguità dell’uso della parola persona quando si parla di inizio e di fine biologici della vita umana richiede un’analisi approfondita di ciò che è la persona umana valicando le prospettive puramente sociologiche. La persona, sostiene il filosofo cattolico, rinvia a una natura che confuta le tesi utilitaristiche e kantiane. In quanto partecipi della natura umana e dunque biologicamente appartenenti al genere umano, tutti gli uomini sono persone, compresi gli uomini debilitati e i bambini più piccoli che non possono dirsi semplici persone potenziali.

«La cellula uovo contiene il Dna completo – scrive Spaemann – . L’inizio di ciascuno di noi risale alla notte dei tempi. In ogni momento è d’obbligo considerare ciò che, generato dagli uomini, si sviluppa autonomamente fino a diventare una forma umana adulta come “qualcuno” che non può essere sfruttato come “qualcosa”, ad esempio come deposito di organi di ricambio a favore di altri, per quanto questi altri siano sofferenti. Anche gli esperimenti di ibernazione nei campi di sterminio nazisti erano fatti a favore di altri che soffrivano».

© RIPRODUZIONE RISERVATA Robert Spaemann A 91 anni scompare il filosofo difensore del realismo metafisico Amico stimato di papa Ratzinger incontrato in tarda età