Agorà

ELENA PULCINI. Mi prendo cura, ergo amo

Antonella Mariani sabato 14 settembre 2013
C’è chi discetterà di amore "transitivo" e "intransitivo", chi di "politiche dell’amore", altri ancora di "figure dell’amore"... Ma ci sarà anche spazio, al Festivalfilosofia di Modena (con sedi anche a Carpi e Sassuolo) che si è aperto ieri, per discutere di una forma speciale di amore: la cura. La cura come capacità di porsi in relazione con l’altro, antidoto all’individualismo e come mattone per costruire una nuova etica pubblica. Elena Pulcini, docente a Firenze di Filosofia sociale, autrice di un gran numero di saggi e libri su questioni appassionanti come la "teoria del dono" e la "filosofia della cura", è pronta a sostenere, questa mattina a Carpi (ore 10, piazzale Re Astolfo), che la cura, appunto, è «dimensione universale, è la risposta ai bisogni della vita quotidiana, sia nella sfera privata sia nella sfera pubblica». Purché dentro ci sia l’amore, anzi, più precisamente, l’eros (in senso filosofico, s’intende... ).Professoressa Pulcini, iniziamo da qui: in che senso la relazione di cura è una sfida all’individualismo?«L’individuo, con i suoi diritti, è stata una grande scoperta del pensiero moderno, ma si è sottolineata troppo l’idea di autonomia, di autosufficienza, di potere e di potenza. Di conseguenza è stato rimosso e svalutato tutto ciò che rimanda alla vulnerabilità, alla fragilità, alla dipendenza. È come se l’individuo moderno non tollerasse di pensare la propria debolezza. E di pensarla in positivo, perché riconoscere la propria debolezza, dipendenza, vulnerabilità significa riconoscersi in relazione con l’altro».Molto individuo, poca cura, dunque?«Sì. Penso soprattutto alla filosofia, ma in generale al pensiero moderno. La cura è stata relegata in una zona circoscritta, nel privato, come dimensione marginale, sussidiaria. Ed ecco che è stata associata alle donne. Si dice che la cura sia una prerogativa femminile. Credo che sia vero, che le donne abbiano questa dimensione nel loro dna, è una dimensione più profonda del loro essere, ontologica. Forse dipende dal fatto che, come diceva Luce Irigaray, la donna è sempre "potenzialmente due". Ma questa è stata anche una trappola per il femminile e per le donne. Occorre sottrarre alla cura quell’alone di oblatività, altruismo, vocazione naturale delle donne. Può darsi che le donne abbiano un accesso privilegiato alla cura, però anche e soprattutto per loro non può che essere una scelta. Solo nel momento in cui diventa una scelta e direi una scelta morale emotivamente fondata, la cura assume un valore forte, eversivo. Se la cura è una scelta non deve essere separabile né separata dai diritti, dall’autonomia, dalla dignità cioè da tutti quei grandi valori che alle donne non sono stati riconosciuti paritariamente rispetto ai soggetti maschili».La cura, dunque, è per tutti e di tutti, non solo per le donne?«Quando dico che bisogna riabilitare la cura, intendo dire che la cura va riconosciuta come valore universale, come  dimensione altrettanto importante della libertà, dell’autonomia dell’uguaglianza, dei grandi diritti della modernità. Il che vuol dire sottrarla al confinamento nel femminile e nella sfera privata. La cura, in altre parole, è un bisogno e un valore, è una prospettiva fondamentale dell’agire».Su che basi dice che «la cura è un bisogno e un valore»?«Penso che la cura non dipenda dal fatto che un soggetto si sacrifica o si dedica a un altro. Ma che ci si riconosca come soggetti fragili, vulnerabili, che ci si pensi tutti come bisognosi di cura, in una dimensione di reciprocità. Ecco perché all’inizio dicevo che la cura è il contraltare dell’individualismo». In effetti, basterebbe leggere il Vangelo...«Certo, il cristianesimo ha nella sua storia e nella sua tradizione il concetto di dono e di cura, ma credo che si possa fondare un’etica della cura anche non necessariamente facendo appello alla fede e al cristianesimo, bensì leggendola come parte costitutiva dell’umano. Eppure questo filone non ha trovato risonanza nella laicità. Uno dei limiti del pensiero laico, liberale e moderno è aver rimosso e dimenticato la fragilità e la relazione, aspetti che oggi è fondamentale riscoprire».La sua relazione al Festivalfilosofia si intitola: "Prendersi cura: per amore o per dovere?". Sembra di capire che lei propenda per l’amore...«La mia è una domanda provocatoria. Credo che la cura prestata solo per dovere presenti dei rischi molto forti, perché può facilmente creare relazioni di potere e sentimenti negativi. Spostandosi sul piano delle emozioni che fondano la cura, quindi sull’amore in senso lato, bisogna cercare di capire di che tipo di amore si tratta. Se fosse un amore solo sacrificale o oblativo, il rischio sarebbe altrettanto grande perché presupporrebbe un soggetto tutto dedito all’altro, senza quella dimensione di scelta che coniuga l’attenzione all’altro con la consapevolezza della propria dignità, libertà e autonomia. E nello stesso tempo con il riconoscimento della propria vulnerabilità. In termini filosofici, prendendo in esame gli archetipi dell’amore, la cura non si deve fondare tutta su un sentimento di agape. La cura deve avere in sé anche una dimensione di eros, inteso in senso platonico come mancanza, desiderio dell’altro, volontà di ricongiungersi, di appartenere». Per sintetizzare, la relazione di cura è come l’eros...«Sì, ha in sé un elemento fortemente individuale, soggettivo, ma che poi dà slancio all’occuparsi dell’altro non più come colui che mi chiede il sacrificio di me, ma come colui che è parte costitutiva della mia stessa esistenza, con cui mi confronto e magari mi scontro, ma che sempre mi spinge a mettermi in gioco, ad accettare il rischio della relazione: che è prima di tutto relazione d’amore. La relazione di cura è una sfida al nostro sentirci soli, al nostro pensarci come individui autosufficienti. È un dono liberamente dato non in virtù di una vocazione o di un dovere, ma in virtù di una scelta in cui potenzio anche il mio sé a partire dalla relazione con l’altro».