Agorà

Anniversario . «Lillo» in paradiso come Orfeo

Gianfranco Ravasi martedì 24 marzo 2009
Il 23 maggio 1999, giorno di Pentecoste, lo scrittore Luigi Santucci – «Lillo» per gli amici – moriva nella sua casa milanese. A distanza di 10 anni, vorrei ripro­porre nei suoi confronti una testi­monianza molto personale, per­ché anche altri possano recupera­re dalla polvere della «smemora­tezza » contemporanea una figura letteraria e umana molto suggesti­va e significativa per la storia della cultura del Novecento. La mia a­micizia con lui è stata per lunghi anni solo implicita. Tutto era ini­ziato quando ero ancora studente di teologia e a Roma avevo acqui­stato uno dei suoi primi romanzi (anzi, quello che lo avrebbe svela­to al grosso pubblico), Il Velocifero. Il legame implicito era continuato anche successivamen­te. Infatti, ormai sacerdote da un anno, nel 1967, avevo letto ancora a Roma quello che considero il suo capolavoro, l’Orfeo in Paradi­so. Diventato poi insegnante nei seminari milanesi, durante le va­canze natalizie del 1971 avevo se­guito la trascrizione televisiva di quel romanzo, un intenso sceneg­giato di Leonardo Castellani, coi dialoghi di Italo Alighiero Chiusa­no, che sarebbe poi divenuto an­che mio amico, con un emozio­nante Alberto Lionello nella figura del giovane Orfeo e un inquietan­te Monsieur des Oiseaux incarnato da Arnoldo Foà. Non so quando l’ammirazione a distanza divenne incontro. So, però, chi abolì le di­stanze: fu la moglie amatissima dello scrittore, Bice, che aveva a­scoltato le mie conferenze bibli­che al Centro San Fedele di Mila­no. Da allora la sua casa milanese di via Donizetti fu sempre aperta per me, accolto come un fratello o un figlio da una famiglia unita e numerosa, pronta a festeggiare o­gni comune ricorrenza, spesso unen­do ad essa an­che la mia fa­miglia. Ma fu dal 1990 che la nostra con­suetudine si fece più intensa. San­tucci era riuscito a trovare per mio padre e le mie due sorelle una ca­sa estiva accanto alla sua a Bella­gio. Lassù, davanti a un panorama mozzafiato, al lago manzoniano per eccellenza, quello di Lecco­Como, e all’incombere frontale delle due Grigne, ogni giorno ad agosto, «Lillo» – salendo una pic­cola erta e superando un varco nella siepe divisoria dei due giar­dini – si presentava cercando di «sorprendermi» mentre ero inten­to nella lettura o nella scrittura. È attraverso quegli incontri quoti­diani, in quei pomeriggi luminosi, che ho potuto conoscere libera­mente il cuore, l’umanità, la spiri­tualità di Santucci. Egli era un uo­mo radicalmente buono, capace di amori forti e autentici, sempre generoso e persino umile con tut­ti. Egli ignorava quell’erba mali­gna che alligna tra scrittori e intel­lettuali, la gelosia, l’invidia e l’or­goglio altezzoso. Appena letto il li­bro di un collega e dopo essere stato conquistato anche da una sola pagina, non esitava a scriver­gli tutta la sua ammirazione. An­che un articolo di giornale, dove trovava un’intuizione felice, lo spingeva a scrivere o a telefonare un ringraziamento spontaneo (ac­cadeva spesso con Magris e Carlo Bo). Ironizzavo su questi suoi en- tusiasmi che avevano avvolto an­che me: l’avevo amabilmente de­nominato «l’Encomiasta», perché il suo crescendo di elogi sembrava non raggiungere mai un tetto. Egli sentiva quasi la sacralità dell’ami­cizia, alla quale aveva riservato (con Angelo Merlin) un’antologia bellissima, Il libro dell’amicizia; un sentimento che egli ha pratica­to fino agli ultimi tempi, con gli antichi e giovani amici. A loro in­dirizzava dediche folgoranti sui suoi libri, battute lapidarie, stor­nelli in rima (le pareti di una delle mie stanze sono tappezzate di questi segni d’affetto). Santucci e­ra, poi, un uomo della quotidia­nità, della semplicità, degli affetti che sbocciano ogni giorno come se fossero sempre nuovi e che egli sapeva rivestire di nobiltà attra­verso la sua prosa così alta e raffi­nata. La sua Milano, la Brianza, le memorie, la casa calda e quieta, la compagna unica dell’intera sua e­sistenza, le due figlie e i due figli erano la sua felicità. In quel testa­mento ideale ed estremo che è E­schaton, un libretto edito poche settimane prima della morte, c’è un illuminante rappresentazione del Paradiso. In esso si svela la ve­rità suprema di Santucci: la feli­cità è «capillare», cioè è celata «entro il battere di ogni nostra o­ra », entro «il respiro delle stagioni, il sapore dell’aria, l’odore delle o­re ». L’Inferno del Nulla con le sue orribili vertigini e il Purgatorio, «scandaloso spurgo dell’uomo che ero stato», sono superati pro­prio dalla scoperta dell’incantesi­mo della semplicità e delle picco­le, quiete e costanti epifanie divi­ne della gioia. È questa la vera beatitudine. Alla radice di questa visione c’è naturalmente la fede di Santucci, una fede tormentata, proprio com’è quella autentica che conosce la salita erta e tene­brosa al Moria o al Golgota. Quan­ti pomeriggi abbiamo trascorso insieme discutendo di cristologia, quante volte sentivo che le sue domande gli penetravano il cuore, in quante occasioni ci siamo inol­trati sui sentieri d’altura del miste­ro cristiano! Egli amava l’atmosfe­ra invernale, come attesta fin dal titolo quella sua autobiografia in­teriore che fu Il cuore dell’inverno. Viveva drammaticamente l’ango­scia della morte, a partire da quel­la della madre, la cui catarsi si era appunto compiuta nell’Orfeo in Paradiso. Il suo credere era un in­treccio tra tenebra e luce, tra in­terrogazione e contemplazione, tra lamento e lode, tra peccato e grazia. Emblematico era stato il romanzo da lui più amato, quel Mandragolo (1979) che una critica miope aveva incompreso (ad ec­cezione di Chiusano e di pochi al­tri), come lo era quella sua Vita di Cristo, più volte riedita, che ruota­va attorno alla domanda capitale di Gesù: Volete andarvene anche voi?. Vorrei citare un passo illumi­nante di quest’opera: «Questa sto­ria di Cristo (che è insieme in con­troluce la mia storia, un’occasione di biografia di me e di tanti altri come me) è nata da due tempi dell’anima, ha dentro due parti. Una florida di fede, dove Cristo è goduto come felice possesso, con­solazione e risposta; l’altra invece sotto il segno della problematicità e addirittura nei gorghi della di­sperazione. Ho voluto lasciare in questo libro le certezze e gli entu­siasmi di certe ore cristiane, così come ho lasciato germogliare le erbe del dubbio e dell’angoscia. Grano e zizzania, come sta scritto, nel libero campo della vita». An­che il suo tramonto ha avuto tor­mento e serenità frammisti, ma l’approdo ultimo è stato nella pa­ce dell’incontro con Dio. Per que­sto, lo immagino ora con i grandi e cari amici che lo hanno prece­duto oltre la soglia del tempo, nel­la liturgia celeste dell’Agnello: sarà nella «grande nube dei testimoni» (Ebrei 12,1), dei suoi amici intimi, come don Primo Mazzolari e pa­dre Turoldo, Lazzati, Apollonio e Bontadini, don Zeno di Nomadel­fia e don Dossetti, padre Balducci, padre Nazareno Fabbretti, don A­bramo Levi e altri ancora. In uno dei suoi romanzi, Come se (1973), aveva scritto: «La paura picchiò alla porta. La fede andò ad aprire. Non c’era nessuno». Più in là, però, c’era quel Cristo invisibile, eppur vicino, «che sta alla porta e bussa» e che l’aveva accompagna­to per tutta la sua esistenza di uo­mo, di credente e di scrittore.