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Scuola. Formazione al LAVORO, storia di un fallimento

Luisa Ribolzi sabato 21 marzo 2015
Quanto conta il capitale umano per far crescere la competitività delle persone, delle imprese, dell’intero sistema Paese? Quali sono il ruolo e le prospettive della formazione professionale in un Paese che a parole sottolinea l’importanza dell’istruzione, ma nei fatti continua a ignorare che la formazione al lavoro è parte della formazione della persona, e non semplice addestramento? Queste le domande che si pone Nicola D’Amico, già autore di una enciclopedica Storia e storie della scuola italiana nella sua recente Storia della formazione professionale (FrancoAngeli), che ne ripercorre le vicende partendo dal Medioevo per giungere agli ultimissimi anni.  A partire dall’ampia e brillante rassegna storica sulle vicende dell’istruzione e formazione professionale e tecnica, emergono due temi di fondo: da un lato quella che D’Amico chiama «la brutta vicenda della dicotomia fra le due culture», che distingue e gerarchizza il sapere della mente e quello delle mani, negando la capacità educativa del fare, e dall’altro la 'doppia anima' della Formazione professionale stessa, combattuta fra la funzione di riscatto dalla povertà, dalla marginalità sociale, dal fallimento scolastico, e quella dell’insegnare un mestiere come sostegno alla crescita economica e come possibilità di affermazione sociale.  La parte storica, ricchissima di informazioni, documenta le realizzazioni dei vari stati nella fase preunitaria, e poi la difficile situazione successiva all’unità, con un analfabetismo del 70%, che resterà intorno al 18% dopo la Seconda guerra mondiale, quando nove ragazzi su dieci interrompono gli studi dopo la licenza elementare. L’esistenza di 'due Italie' anche nella formazione professionale permane in tempi ben più recenti, con l’esame delle politiche europee e dell’uso che le varie Regioni hanno fatto dei fondi europei. L’autore nota che con la riforma Casati del 1859 il Piemonte compie la scelta di escludere la formazione professionale dal sistema scolastico ufficiale, scelta legata a problemi di unificazione, che considera un rischio tutto quel che non viene dallo Stato, incluse le scuole non statali. La riforma Gentile del 1923 sancì poi il prevalere dell’impostazione 'liceale' (il cui passo finale può essere considerato la liberalizzazione degli accessi all’università del 1969), anche se l’estensione dell’obbligo rese necessaria l’istituzione di forme di istruzione, le scuole professionali, considerate 'adatte' a queste nuove leve.  D’Amico mette in risalto la stretta interdipendenza fra istruzione tecnica e professionale e situazione sociale, economica e politica, e ne evidenzia la flessibilità per cui, nonostante la sistematica penalizzazione, riesce a far fronte in tempi brevi al cambiamento. Questo emerge con chiarezza nel secondo dopoguerra, quando fornì per almeno quindici anni i quadri intermedi che supportarono lo sviluppo economico: ma anche le scuole di avviamento al lavoro diedero origine a una miriade di artigiani e piccoli imprenditori che collaborarono in larga misura allo sviluppo. Sul finire degli anni Cinquanta si manifesta l’interesse sia di Confindustria (che nel 1958 costituisce una commissione) sia dei sindacati, che inseriscono nei contratti collettivi di lavoro indicazioni relative alla formazione dei lavoratori, il cui momento più significativo, almeno per il suo valore simbolico, fu la nascita nel 1973 delle '150 ore'. L’istituzione della scuola media unica nel 1962 determinò la scomparsa dell’avviamento professionale e lo slittamento in avanti di tre anni per la professionalizzazione. Permangono le resistenze nei confronti degli istituti professionali, visti come destinati agli studenti peggiori, anche per il grave e perdurante tasso di ripetenze e di abbandono, anche se le famiglie, soprattutto le meno abbienti, continuavano a chiedere percorsi di reale preparazione al lavoro. L’apprendistato, normato nel 1955, ma penalizzato dalle sue molte ambiguità, non decolla; nel frattempo la formazione professionale, con la legge n. 845 del dicembre 1978 attribuisce effettivamente alle Regioni il ruolo loro assegnato dalla Costituzione, ma genera anche enormi carrozzoni burocratici, inefficienze e sperperi, così che il bilancio della formazione regionale rileva l’esistenza di vaste zone d’ombra.  Sul versante della scuola, a partire dal 1990 la «sperimentazione Brocca» attivò negli istituti professionali un migliaio di progetti, che raggiunsero quasi due milioni di studenti e consentirono un’innovazione reale, anche se provvisoria. Dopo molti e incompiuti tentativi, solo con la legge Gelmini, diventata operativa nel 2012, fu avviata una riforma sostanziale dell’istruzione tecnica e professionale, che riordinò e svecchiò gli indirizzi, ma non risolse il vero grande problema, l’assurdità di tenere in vita tre percorsi di professionalizzazione, di cui uno (gli Ips) costituisce sostanzialmente un doppione, e impedisce alla formazione regionale di decollare. In Trentino, dove esiste un solo Ips e la formazione provinciale è altamente qua-lificata, gli abbandoni sono scesi a livelli inferiori alle medie europee. La riforma Gelmini segna il riconoscimento dell’importanza di un collegamento con il mercato del lavoro, ma non riesce ancora a realizzarlo pienamente. Sono emersi spunti incoraggianti, ma l’alternanza scuola-lavoro è ancora poco praticata, l’apprendistato non decolla, gli insegnanti non dispongono di una formazione mirata e le nuove forme di raccordo fra formazione e lavoro, come i tirocini e la formazione permanente, si presentano ancora con funzioni di qualificazione terminale dei giovani in possesso di qualifiche inadeguate: l’apprendistato, in particolare, è considerato una specie di scorciatoia per porre rimedio alla disoccupazione riducendo il costo del lavoro per le imprese artigiane, e non una vera e propria via formativa praticata con successo in Paesi come la Germania. In conclusione, D’Amico nota che purtroppo l’Italia è stata a lungo assente dai grandi confronti internazionali, e nel corso della lunga crisi non solo non è stata capace di utilizzare la leva formativa, ma gli investimenti (pubblici e privati) in formazione professionale continuano a ridursi. Certamente sanare lo scollamento fra qualificazioni offerte e domande non risolve, da solo, il problema della disoccupazione, ma potrebbe quantomeno ridurre quella parte che è legata alla mancanza dei profili domandati e alla sovrabbondanza di profili non richiesti. In più, la rivalutazione della formazione attraverso il lavoro può ridurre le disuguaglianze sociali e fornire ai giovani reali occasioni di crescita personale: e su questa sfida chiude il testo, una vera e propria storia della cultura e delle politiche educative.