Agorà

Daniele Segre. «Il cinema s’impara dietro le sbarre»

Luca Pellegrini mercoledì 30 aprile 2014
«Speri soltanto di dormire». «Il primo sentimento? Ammazzarsi». «Siamo stipati come degli animali». «Ti tagli per far uscire tutto il dolore». «Vogliamo soltanto essere ascoltati». Queste sono alcune delle voci che si alzano dal Carcere Penitenziario di Firenze Sollicciano. Quelle che sedici giovani del Centro Sperimentale di Cinematografia, coordinati da Daniele Segre, hanno ascoltato dietro le Sbarre, divenute il titolo del film presentato ieri in prima assoluta davanti a cento detenuti del Carcere Circondariale Borgo San Nicola di Lecce nell’ambito del Festival del Cinema Europeo. «Perché sono loro i principali giudici che ci possono dire se questo nostro film ha un senso per l’utilità pubblica» spiega Segre. Sentimento espresso anche da Caterina D’Amico, Preside della Scuola Nazionale di Cinema: «Un progetto – precisa – per insegnare che il cinema, raccontando il reale, può contribuire a migliorare il mondo in cui viviamo. È fondamentale trasmettere questa consapevolezza ai nostri allievi».Sbarre  – che sarà proiettato in estate per la Comunità di Capodarco, poi a Perugia, a Sollicciano e a quei festival particolarmente interessati ai diritti umani, oltre naturalmente al passaggio televisivo assicurato da Rai Cinema, che figura tra i produttori – nasce per merito del Provveditore delle carceri toscane Carmelo Cantone, già Direttore del carcere di Rebibbia, che permise la realizzazione di Cesare non deve morire dei fratelli Taviani. «L’esperienza – racconta Segre – è iniziata a luglio scorso, abbiamo girato per tre giorni e mezzo, ho chiesto di poter incontrare detenute e detenuti senza la presenza di nessun agente di polizia penitenziaria. Poi però, avendone appresa la difficile situazione di vita e di lavoro, ho chiesto di interloquire anche con loro. Ho assicurato che nel film non avremmo ferito la sensibilità di nessuno, né ci sarebbero state forme di strumentalizzazione».  Com’è stato organizzato il lavoro?«Nella sezione delle scuole del carcere ho fatto allestire tre set e lì gli allievi hanno fatto liberamente le loro interviste. Con un solo veto: non dovevano assolutamente chiedere il motivo del perché queste persone fossero in carcere. Per due motivi precisi: non mettere a disagio gli intervistati ed evitare che ai ragazzi potessero venire delle curiosità morbose, che avrebbero disturbato l’attenzione ai valori. Volevo emergesse soltanto l’umanità sofferente, per condividerne la situazione». Gli incontri nel carcere cosa hanno determinato nei giovani?«Per loro è stata un’esperienza umanamente fortissima, l’hanno affrontata con grande umiltà. Il film è stato un contributo a maturare la loro consapevolezza come uomini e donne. I ragazzi che hanno in mente il cinema come glamour improvvisamente si sono trovati a confrontarsi con una realtà distante e che li ha colpiti moltissimo. È il tipo di cinema sul quale lavoro, che fa leva sulla coscienza e che si occupa dei valori al cuore del cristianesimo: solidarietà, ascolto, rispetto della dignità della persona. Scavando nella condizione degli esseri umani senza giudizio critico per trovare le risposte, per maturare, per crescere in umanità. Così si diventa uomini e, per me, così si diventa cineasti». Gli ospiti del carcere come hanno reagito?«Il loro è stato un canto corale. Il film passa da un primo piano all’altro, sono dei vasi comunicanti attraverso i quali si racconta la loro pena: dal giorno dell’arrivo, con l’incessante rumore delle chiavi, al tempo che sembra non passare mai. Nel quale esplode spesso una conflittualità latente. Le condizioni di vita sono insopportabili sia per i detenuti sia per le guardie. I primi, quando escono, non possono che essere ancor più incattiviti. Mentre tra la polizia la percentuale di suicidi è elevatissima, sono abbandonati a loro stessi, hanno turni stressanti, vivono dei momenti di sconforto. Una situazione, insomma, esplosiva. Indegna del popolo italiano».