Agorà

Letteratura. Hamsun, i conti sbagliati del '900

MASSIMO ONOFRI venerdì 21 agosto 2015
Uno straniero, Nagel, fa la sua improvvisa apparizione in «una cittadina della costa norvegese», «in un eccentrico vestito giallo con un ampio berretto di velluto». Il bagaglio sbarcato dal battello non è meno stravagante: due bauletti, «una valigia e un astuccio di volino», e, incredibilmente, una pelliccia, considerato che è il 12 giugno. Ho detto del bagaglio a terra: perché Nagel, in preda a una forte agitazione e indugiante a bordo («Al terzo segnale di partenza non aveva ancora nemmeno pagato il conto al ristorante di bordo»), non fa in tempo a scendere, dato che il battello sta ripartendo. Raggiungerà la cittadina solo l’indomani, in carrozza, arrivando dall’entroterra. È, questo, l’incipit di Misteri, il romanzo che il trentatreenne Knut Hamsun, futuro premio Nobel nel 1920, pubblicò nel 1892, due anni dopo il grandissimo successo di Fame.  Lo propone ora la raffinata Iperborea, nella traduzione di Attilio Veraldi, con una postfazione affidata a uno scritto di Claudio Magris del 1979, ancora utile per un primo e provvisorio ritratto d’uno scrittore che fu riconosciuto come maestro da Mann e Benjamin, da Kafka e Brecht, da Hemingway e Fante a Isaac Singer, ma che subì, nel secondo dopoguerra, l’onta dell’internamento psichiatrico, a causa del suo collaborazionismo col governo filonazista di Quisling: esperienza che ci restituì in un diario impressionante, inerme e arreso, scritto al grado zero d’ogni vittimismo e utilitarismo, ma anche evidente autoreferto di resistenza biologica, e cioè Per i sentieri dove cresce l’erba (1949), stampato da Fazi nemmeno un anno fa.  La sua colpa era stata quella d’aver scritto qualche imbarazzante apologia, come un omaggio a Hitler, o d’aver donato a Goebbels la medaglia del Nobel. Pronunciamenti di certo irresponsabili e puerili, come quelli dell’americano Pound e del francese Céline. Capri espiatori, però, di società liberali che non seppero e non vollero fare i conti coi mostri nati dal proprio seno: e scelsero la soluzione più facile. Ma torniamo a Nagel: che ha già tutti i tratti di quel personaggio parossistico che poi si rivelerà stilnovista patologico, compulsivo e deragliante. Esemplificazione di quella figura di “viandante” che Hamsun ci ha consegnato in altri suoi romanzi – mettiamo Sognatori (1904) e Un vagabondo suona in sordina (1909) – ricavandola da una materia inequivocabilmente autobiografica: lui che, a 23 anni, era partito per gli Stati Uniti (ne scriverà nel 1889, in Dalla vita spirituale dell’America moderna, lasciando precoce testimonianza del suo antiamericanismo), dove lavorò come guardiano di porci, impiegato di commercio, muratore, commerciante di legname, bigliettaio di tram. Un parossismo, bisogna sottolinearlo, di natura soprattutto culturale: se è vero che, proprio in Fame, con quel visionarismo prodotto da un’indigenza effettivamente patita – e che, attraverso l’indigenza, aveva saputo restituirci il mondo ben al di là delle sue evidenze di fatto – , Hamsun aveva bruciato tutte le sue premesse naturalistiche. Basta solo qualche data e coincidenza anagrafica per fissare i punti salienti della parabola d’uno scrittore, che partecipò in modo originale a quella rivolta anti-borghese contro la modernizzazione meccanicistica, insomma alla grande reazione irrazionalistica a cavallo tra i due secoli. Hamsun nasce nel 1859, lo stesso anno di Bergson (che è anche il teorico dello «slancio vitale», e cioè della materia come spirito in movimento): tre anni dopo nasceva Freud e quattro prima di Edvard Munch, i due ipotetici poli di un’oltranza, tra conoscenza e angosciata espressività, insomma d’una tensione entro cui anche Hamsun oscilla. Ma si potrebbe aggiungere anche: due anni prima di Svevo.  Ha scritto Magris: Nagel è «un groviglio di follia e di debolezza, un instabile aggregato di fasci nervosi, un io provvisorio e privo di netti e precisi confini, o meglio un inconscio allo stato brado». Non poteva dirsi meglio. Siamo, in Europa, agli inizi di quel processo che, dall’utopico bisogno di decifrazione dei “misteri” della psiche, avrebbe condotto invece all’arresa constatazione dell’inspiegabilità dei “misteriosi atti nostri”. Visto che nel Novecento incipiente, come scrisse Debenedetti, si narra non per capire, ma proprio perché non si sa spiegare. Ecco: i “misteriosi atti nostri”. Quelli che, nel 1919, facevano dire a Federigo Tozzi «Ai più interessa un omicidio o un suicidio; ma è ugualmente interessante, se non di più, anche l’intuizione e quindi il racconto di un qualsiasi misterioso atto nostro; come potrebbe esser quello, per esempio, di un uomo che a un certo punto della sua strada si sofferma per raccogliere un sasso che vede e poi prosegue la sua passeggiata».  La disgregazione dell’io, plurale e parcellizzato, era così compiuta, insieme al radicale azzeramento d’ogni gerarchia logica e psicologica, se non etica, tra atti e comportamenti. Certo, Hamsun tra questi, aveva di solo suo una radicale nostalgia per l’uomo originario, per l’elementarietà primeva e immane della Natura, da idillio nordico romantico, che gli valse un libro come Il risveglio della terra (1917), là dove il lavoro agricolo e il ritorno alla solida consistenza della zolla consentono una conciliazione con se stessi, un’adesione alla vita che il Novecento non avrebbe concesso quasi più a nessuno.