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IDEE. Habermas: quale progresso?

Jürgen Habermas martedì 23 aprile 2013
La secolarizzazione del potere dello Stato è il nocciolo duro del processo di secolarizzazione. Anche dal mio punto di vista questa è una conquista liberale che non deve andare perduta nel conflitto delle religioni mondiali. Ma io non ho mai preso in esame il progresso nella dimensione complessa della «vita buona». Perché dovremmo sentirci più felici dei nostri nonni o dello schiavo greco liberato nell’antica Roma? Naturalmente, qualcuno è più fortunato di qualcun’ altro. Come in alto mare, i destini individuali sono esposti a un oceano di contingenze. E la felicità è ancora oggi distribuita ingiustamente, come sempre. Forse, nel corso della storia qualcosa è cambiato nella colorazione soggettiva delle esperienze esistenziali. Ma nessun progresso cambia qualcosa nelle crisi prodotte da perdita, amore e morte. Niente ammorbidisce il dolore personale di coloro che vivono in povertà, che si sentono soli o sono malati, che sperimentano stenti, offese e umiliazioni. Questo sguardo esistenziale sulle costanti antropologiche non deve farci dimenticare le variazioni, come pure gli indubitabili progressi storici, presenti in tutte le dimensioni nelle quali gli uomini possono imparare.Non voglio dire che molte cose non siano state dimenticate nel corso della storia. Ma non possiamo intenzionalmente tornare a prima dei risultati dei processi di apprendimento. Questo spiega i progressi nella tecnica e nella scienza, come pure quelli nella morale e nel diritto, cioè nel decentramento della nostra prospettiva io o gruppo-centrata, quando si tratta di risolvere conflitti di azione senza ricorrere alla violenza. Questi progressi sociocognitivi rimandano all’ulteriore dimensione della crescita nella riflessione, ovvero alla capacità di fare un passo dietro se stessi. Questo pensava Max Weber, quando parlava di «disincantamento».Possiamo attribuire alla modernità occidentale l’ultima spinta socialmente rilevante nella riflessività della coscienza. Nella prima modernità l’atteggiamento strumentale della burocrazia statale verso un potere politico ampiamente sciolto dalle norme morali rappresenta un tale passo – come pure l’attitudine strumentale, introdotta quasi contemporaneamente, nei confronti di una natura metodicamente oggettivata, che ha reso possibile la scienza moderna. Naturalmente ho in mente, prima di tutto, i passi dell’autoriflessione che permettono, nel secolo XVII, sia il giusrazionalismo che l’autonomia dell’arte; nel secolo XVIII la morale razionale e le forme di espressione interiore religiose e artistiche del pietismo e del romanticismo; e infine, nel secolo XIX, l’illuminismo storico e lo storicismo. Sono spinte cognitive che agiscono ad ampio raggio e non si lasciano dimenticare facilmente.In rapporto a queste ampie spinte di riflessione dobbiamo anche vedere la disintegrazione progressiva della pietà popolare tradizionale. Da questa sono emerse due forme moderne specifiche della coscienza religiosa – da un lato, un fondamentalismo che o si ritira dal mondo moderno o si rivolge aggressivamente contro di esso; dall’altro una fede riflessa che si pone in relazione con le altre religioni, rispetta la conoscenza fallibile della scienza istituzionale e accetta i diritti umani. Questa fede rimane ancorata alla vita della comunità e non deve essere confusa con le nuove forme deistituzionalizzate di un’instabile religiosità che si è ritirata completamente nella sfera soggettiva. (...)Dall’altro lato non può essere offuscata la differenza che sussiste tra fede e sapere nel modo di ritener-per-vero. Anche se dovesse risultare dalla riflessione sulla situazione postsecolare un diverso atteggiamento verso la religione, questo revisionismo non dovrebbe cambiare il fatto che il pensiero postmetafisico è un pensiero secolare e insiste sulla differenza tra fede e sapere come due modi essenzialmente diversi di ritenere-per-vero. Ripeto: «postsecolare» possiamo semmai chiamare la situazione in cui la ragione secolare e una coscienza religiosa diventata riflessiva avviano una relazione, per la quale il dialogo tra Jaspers e Bultmann resta esemplare.