Agorà

Scatti. Il fotografo Danilo De Marco: «Che figure, gli umani»

Massimiliano Castellani sabato 3 marzo 2018

Federico Tavan (1949-2013)

Ora che non c’è più Mario Dondero, l’ultimo “scatto umano” rimane quello del suo fraterno amico e compagno di lungo corso Danilo De Marco. Fotoreporter friulano, esule volontario a Parigi, De Marco appartiene alla vecchia scuola, quella dei bracconieri di storie, dei consumatori di suole, dei nomadi irrequieti dell’obiettivo: «Viaggio da oltre trent’anni con una semplicissima e affezionata Nikon “F qualcosa”...».

Capo della tribù dei narratori che da sempre descrivono con gli occhi e con l’anima gli ultimi, gli esclusi, i visionari liberi, gli anarchici e gli irregolari dell’arte di quell’universo intellettuale ormai ridotto a microcosmo abitato da rari menti pure, come la sua. De Marco è un fotografo che si nutre di letteratura, come testimoniano i tanti scrittori e poeti che popolano la sua ultima mostra, Defigurazione. I tuoi occhi per vedermi- (inaugura oggi alle 17.30, aperta fino al 27 maggio alla Galleria Harry Bertola di Pordenone). «Fotografare è il mio modo di di scrivere, di esprimermi e di misurare anche la mia, a volte solitaria, “resistenza” al presente», si legge nel catalogo edito dalla sempre elegante Forum di Udine. La città natale di De Marco, quella della sua educazione sentimentale, segnata dal rapimento stendhaliano per le immagini della concittadina Tina Modotti: la pasionaria che, macchina fotografica al collo, sbarcò in Messico andando incontro all’amata Frida Kahlo. Un uomo sempre in viaggio questo ultimo esemplare di surrealista che ha attraversato le foreste messicane e colombiane, i villaggi dell’India, visto e toccato con mano il sudore dalle fronti madide delle raccoglitrici di alghe di Zanzibar. Ha camminato tra pezzi di vetro e schegge impazzite della guerra dell’Iraq, seguito le vie delle storie di seta e quelle più crude e insanguinate dei guerriglieri romantici del popolo Tamil. De Marco è un affabulatore ma anche un orecchio teso, raccolto attorno al fogolârdella frasca della “Marescialla” di Savorgnano del Torre ad ascoltare i racconti saggi e rugosi di piccoli eroi esemplari come il “Cid Campeador”. Il partigiano Sergio Cocetta che nel prefabbricato in cui viveva «lascito del terremoto del 1976, proprio dietro la Casa delle Farfalle di Bordano, stava senza elettricità. Si illuminava solo con le candele ». La prima volta che ho incontrato Danilo De Marco fu in un’altra casetta di legno per terremotati, quella del suo amato «Pierpoeta », Pierluigi Cappello. L’ultimo dei pasoliniani («assieme a Amedeo Giacomini», sottolinea De Marco), la voce poetica più bella e più dolce di questo terzo millennio è volato via troppo presto (Cappello è morto a 50 anni nell’ottobre scorso), e fino all’ultimo respiro ci ha ricordato che «la poesia è una forma di resistenza, perché insegna a sentire le cose senza appropriartene, illumina le cose da dentro e le libera».

La fotografia di De Marco fa lo stesso. Illumina con i volti del Cid e di Cappello, assieme agli altri 150, tra uomini illustri e perfetti anonimi, sparsi nell’universo, che non sono ritratti ma «figure». E l’autore si conforta al ricordo dello scrittore udinese Tito Maniacco che guardando le sue foto diceva: «Figura, ut speculum in aenigmate ». L’enigma di uno sguardo riflesso nel vetro di «Pierpoeta» e quello più infantile del bambino che gli sta affianco dell’altro irregolare della poesia, Federico Tavan. Federico, l’anima candida di Andreis per il quale De Marco si era battuto, come sempre, per fargli avere la Bacchelli. È volato via leggero e per sempre nel mondo dei più anche Tavan, il quale dà senso al sottotitolo della mostra (“I tuoi occhi per vedermi”) in quei versi struggenti: «Àì da stâ dentre ai tiô vuôe par jôdeme», tradotto dal friulano «Devo stare dentro nei tuoi occhi per vedermi». De Marco con i suoi scatti a volte “rubati” come quello alla solitaria «surlastre » Ida Vallerugo, la poetessa di Meduno, ha dato voce a quelle creature che non vivono sotto le luci della ribalta e sottratto dai riflettori le stelle più luminose della cultura dell’ultimo secolo, affiancandoli ai bambini curdi o haitiani e questi magari con la staffetta partigiana o il Serge Latouche economista e teorico della decrescita. Uomini di pensiero, ammirati e riconosciuti, in odore di Nobel, come Claudio Magris o l’huligano Norman Manea, compagni di notti infinite e di albe di meditazione. Protagonisti tra le tante «figure» del nostro Danilo che li mette in dialogo tra loro. Ognuno con il proprio linguaggio «destrutturato, come voleva Jaques Deridda, dal quale prendo a prestito l’idea di “Defigurazione” ». E anche il filosofo francese «ma di madre ebrea algerina e perseguitato per questo dal governo di Vichy» è tra le memorabilia carnali e figurate di De Marco. Uno dei tanti incontri, quello con Deridda che hanno dato un senso al viaggio ininterrotto di questo poeta per immagini che crede nell’arte del «reincontro, della riscoperta delle cose e delle idee forti che dovrebbe essere la molla intellettuale di ogni uomo e donna di pensiero e non». Incontri predestinati, come gli ha confidato la scrittrice Anita Desai: «La nozione indiana della vita – mi disse – è che noi non siamo in alcun modo in grado di modellare il nostro destino. Il destino ci è già dato».

Il destino di De Marco è quello di continuare a inseguire esistenze e sguardi noti ma capaci di restare umani e di connettersi sempre con l’«umanità subalterna, come per primo seppe fare lo storico Carlo Ginzburg con il mugnaio Menocchio nel suo straordinario libro “Il formaggio e i vermi”». Da personaggio brechtiano qual è Danilo, sa che il mondo «deve essere cambiato e riscattato ». Per farlo, nel suo mestiere oppone resistenza all’effimero digitale, alla banalità del photoshop e insiste con le sue pellicole in bianco e nero, e non lo fa per nostalgie passatiste «ma semplicemente perché nel bianco e nero si trovano tutte le sfumature dei grigi, che sono poi le stesse delle nostre vite». All’appello, sempre parziale di questo eterno work in progress, solo un personaggio al momento manca tra le sue “figure”. «È lo scrittore Maurizio Maggiani, ho il suo numero di telefono ma forse non ho ancora trovato il “coraggio del pettirosso” per incontrarlo. Ma prima o poi accadrà...».