Agorà

Arti e mestieri. La grande fuga della danza italiana

Pierachille Dolfini sabato 25 febbraio 2017

Vito Mazzeo, primo ballerino al Dutch National Ballet.

Scarpette in fuga. A volte per scelta. Altre per necessità, specie in tempi in cui i corpi di ballo chiudono e i ballerini vengono licenziati. Senza trascurare il fatto che all’estero gli stipendi sono mediamente più alti e le tutele, anche a livello pensionistico, migliori. Altre volte perché «ci sono treni che passano una sola volta nella vita e quindi non si possono non prendere ». Come è capitato a Vito Mazzeo quando nel 2005, fresco di diploma alla Scuola di ballo del Teatro alla Scala, ha conquistato un posto al Royal ballet di Londra. «Anche se per i primi due mesi ho tenuto i candelabri sul fondo della scena» racconta con un sorriso il danzatore calabrese, classe 1987, oggi primo ballerino del Dutch National Ballet di Amsterdam dopo essere stato per tre anni principal al San Francisco Ballet: «All’estero si balla molto di più che in Italia, repertorio e nuove creazioni hanno la stessa importanza» dice Mazzeo, interpretando il pensiero dei tanti talenti che sono partiti dal nostro paese per cercare una ribalta all’estero. Storie di successi, ma anche di sacrifici per poter emergere, sapendo che “uno su mille ce la fa“.

Scelte «necessarie, che farebbero bene a tutti i miei colleghi» dice Gabriele Corradoche nel 2012 ha lasciato il posto sicuro da solista del Corpo di ballo della Scala per «andare ai Ballets de MonteCarlo per sperimentare un nuovo linguaggio, più moderno e astratto. Prima due anni di aspettativa, un breve ritorno a Milano per qualche mese e poi il licenziamento definitivo. E quando si è chiuso l’ultimo sipario una fitta al cuore è arrivata». Un salto nel buio per Corrado, nato nel 1986 a Casarano nel Salento. «Ho sempre pensato alla mia carriera come un percor- so evolutivo e anche un po’ istintivo. Il desiderio che ti guida lo capisci bene a fine percorso, cosa che ti aiuta anche a rileggere le scelte che hai fatto. Per questo, dopo quattro anni in Francia ho deciso di tornare a casa, mi mancava il repertorio e non ero pronto a dire addio per sempre a Romeoe Onegin ». Alla Scala è ripartito da zero, un contratto a termine, ma «un bagaglio pieno di esperienze che mi vede cambiato come danzatore e come persona». Negli ultimi anni sono sempre di più i nomi italiani della generazione del dopo Bolle che compaiono negli organici delle maggiori compagnie di danza del mondo. E in ruoli importanti.

Come a Bordeaux dove Sara Renda, palermitana, classe 1991, è étoile dell’Opéra National. «Al di là di quello che sogniamo e progettiamo la vita ci porta in luoghi inaspettati. Mi sono diplomata a Milano con voti molto alti e quindi qualche speranza l’avevo riposta nella possibilità di entrare nel Corpo di ballo della Scala. Ma sono stati più veloci i francesi a comprendere il mio talento» racconta Sara Renda sulla quale ha scommesso il direttore della compagnia di Bordeaux, Charles Jude. La vita ha portato Valentino Zucchetti da Calcinate, in provincia di Bergamo, a Londra dove oggi, a 27 anni, è primo solista del Royal Ballet. Angelo Greco, nato a Nuoro nel 1985, diploma alla Scuola di ballo della Scala oggi è principal al San Francisco Ballet insieme al collega napoletano Carlo Di Lanno, anche lui formatosi alla scuola scaligera di Frédéric Olivieri. È volata oltre oceano anche Petra Conti, nata ad Anagni nel 1988 e diplomatasi all’Accademia nazionale di danza di Roma. Nel 2013 l’addio al Teatro alla Scala dove era prima ballerina per andare con il marito, il danzatore albanese Eris Nezha, al Boston Ballet che l’ha subito nominata principal dancer. «In Italia è impossibile crescere e migliorare» aveva detto salutando il nostro paese. «Da noi la meritocrazia non funziona molto, lo sappiamo. E non solo nel campo della danza » interviene Mazzeo per il quale «se entri in una compagnia rischi di essere relegato per sempre agli stessi ruoli. Volevo crescere, ma anche avere quello che credo di meritarmi grazie al talento, allo studio e ai sacrifici fatti. Per questo sono volato a San Francisco dove ho avuto la possibilità di lavorare con coreografi che hanno creato i loro lavori con la compagnia».

Tanto che in Borderlands di Wayne Mc-Gregor c’è un personaggio che si chiama Vito «e ogni volta che il balletto viene ripreso qualcuno si ricorda di me» racconta Mazzeo che di recente è stato il Principe ne La bella addormentata all’Opera di Roma. E Roma è il crocevia di altre storie, quella di Claudio Coviello e di Rebecca Bianchi, danzatori che, invece, hanno deciso di scommettere sull’Italia. Coviello, nato a Potenza nel 1991, si è diplomato alla Scuola di ballo dell’Opera e ora è primo ballerino alla Scala, Rebecca Bianchi, classe 1990 e originaria di Casalmaggiore, si è formata a Milano e attualmente è ai vertici della compagnia del teatro della Capitale. «Restare e lottare mi sono detta quando, dopo qualche mese a Bordeaux, sono stata presa a Roma. La crisi si sente un po’ ovunque e capisco i colleghi che hanno deciso di lasciare l’Italia. Ma è giusto che i talenti italiani abbiano la possibilità di giocare in casa» racconta Rebecca Bianchi che è rimasta in Italia «anche perché in compagnia ho conosciuto mio marito Alessandro Rende, e oggi abbiamo due bimbi di 4 e 2 anni: quello che i piccoli ci tolgono in energie ce lo restituiscono in gioia e positività».

Anche per Claudio Coviello la parola d’ordine è «restare e cercare di lottare, anche se in Italia, dove assistiamo alla chiusura di molti teatri, l’opera e il balletto non sono sempre ben compresi e sostenuti. Mentre ancora studiavo ho passato le audizioni per il Boston Ballet e per l’Opéra di Parigi, ma fresco di diploma è arrivata la chiamata della Scala». Dopo due anni la nomina a primo ballerino, «un ruolo che devi dimostrare ogni giorno di meritare » dice Coviello che non esclude, comunque, di «valutare proposte dall’estero se dovessero arrivare». Cosa che ha fatto Jacopo Tissi, da settembre nel Corpo di ballo del Bol’šoj di Mosca, chiamato dal direttore Makhar Vaziev volato in Russia dopo aver guidato la compagnia scaligera di cui Tissi faceva parte. «Il Bol’šoj – racconta il ballerino nato a Landriano, in provincia di Pavia, nel 1995 – è un teatro con tantissimi spettacoli all’anno e tantissime produzioni, con una grande possibilità di lavorare e crescere artisticamente, che è la cosa più importante per un giovane danzatore». Vito Mazzeo, primo ballerino al Dutch National Ballet