Agorà

Nuovo disco. Bob Dylan. Elogio della vecchiaia

Massimo Iondini sabato 31 gennaio 2015
Fuori dal coro anche stavolta. Per sé o per gli altri non è sempre chiaro con Bob Dylan. In ogni caso, per spiazzare. E con il suo trentaseiesimo album da studio non c’è dubbio che ci sia riuscito. Il 3 febbraio uscirà in cd, in vinile + cd e in digitale (etichetta Columbia/ Sony) Shadows in the night: dieci canzoni sentimentali attinte da Dylan al grande songbook americano. Brani cantati a suo tempo da The Voice, l’artista la cui ombra Dylan evoca e fa aleggiare (fin dall’allusione a Strangers in the night) come una sorta di nume tutelare tra i solchi di questo singolare lavoro. Frank Sinatra per Dylan è «la montagna da scalare, anche se magari non arrivi fino in cima». Il 73enne, ormai nonno, Dylan sceglie una seria rivista americana per non più giovanissimi (AARP The Magazine, pubblicato dall’American Association of Retired Persons, ovvero l’associazione dei pensionati Usa, è il periodico statunitense più diffuso con i suoi 47 milioni di lettori) per spiegare la genesi e il senso della sua ultima fatica. E per mettere anche le mani avanti, ben sapendo che a molti sorgerà spontanea una domanda. Ma chi glielo fa fare di sfidare The Voice  sul suo terreno di gioco, standard e ballad sentimentali? A chi intende rivolgersi il menestrello di Duluth rifacendo stracantati brani composti tra gli anni Venti e i Sessanta? «Sono canzoni che amo – spiega Dylan –, non potrei mai mancar loro di rispetto. Rovinarle sarebbe un sacrilegio». E poi affonda la lama: «Tutti noi le abbiamo sentite rovinate e ce ne siamo un po’ abituati. In un certo senso ho voluto riparare il torto che avevano subito».  Così nella versione dylaniana questi evergreen hanno perso soprattutto la classica impronta jazzistica, spesso da big band, con cui li ha sempre cantati lo stesso Sinatra. Uno scaltro e originale modo per evitare alla fine qualsiasi eventuale confronto. «Paragonare me a Frank Sinatra? – si chiede Mr. Zimmerman –. Non scherziamo. Nessuno lo tocca: né io, né nessun altro».  I dieci brani scelti da Dylan (dagli arcinoti Autumn leaves, I’m a fool to want you, That lucky old sun e What’ll I do alla meno famosa Stay with me) sono qui riletti in modo essenziale, con la scelta di un quintetto (senza batteria e senza piano) caratterizzato, oltre che da due chitarre e dal basso, dalla presenza della pedal steel guitar, che crea un’atmosfera vagamente hawaiana evitando a Dylan il prevedibile rischio di trasformarsi (visti i brani scelti) in una sorta di classico crooner, di cantante confidenziale.  È dunque la nuova sfida di Dylan, sempre incline a sparigliare le carte e forte del suo esclusivo pubblico trasversale e transgenerazionale che ha abituato negli anni a vederlo spaziare dal rock al country, dal folk al blues al gospel, dalla musica popolare irlandese e scozzese fino ai commerciali canti natalizi di qualche anno fa? Certo, l’imminenza della festa di San Valentino induce a fare pensieri anche mercantili, ma Dylan vira sulla nobiltà d’intenti del progetto e spiega che «queste canzoni celebrano grandi virtù» e anche se qualcuno «le trova banali o sdolcinate, pazienza». E affonda poi la sua analisi guardando in faccia la realtà delle metropoli americane e non solo. «La vita delle persone di oggi è piena di vizi e dei loro emblemi – dice –. L’ambizione, l’avidità e l’egoismo hanno a che fare con il vizio. Ogni giorno ne vediamo il suo fascino distruttivo. Dai cartelloni ai film, dai quotidiani alle riviste, vediamo la distruzione e il dileggio della vita umana, ovunque guardiamo. Queste canzoni sono tutto tranne che questo. Il romanticismo non passa mai di moda. È radicale. Forse emplicemente non è al passo con l’attuale cultura dei media». È ancora e sempre soprattutto ai giovani che l’ex menestrello si prefigge dunque di parlare e di cantare. Anche quando lasciò le scene nel lontano 1966, all’inizio del successo, Dylan lo fece per i giovani. Che in quel caso erano i suoi figli: «Fu frustrante e doloroso – racconta –. Per proteggere i miei figli rinunciai per un po’ alla mia arte. Mi costò, ma non avevo scelta». Shadows in the night, che esce a tre anni dal precedente album Tempest, ha avuto una lunga genesi. «Ci pensavo da quando sentii Stardust di  Willie Nelson per la prima volta, verso la fine degli anni Settanta. In tutti questi anni ho sentito queste canzoni incise da altri e ho sempre voluto farlo anche io. Adesso è arrivato il momento giusto».  Mettendo le mani avanti, però. «Quando fai queste canzoni, non puoi non avere in mente Sinatra. Frank cantava a te, non per te. E così voglio fare anch’io». Intento che spiega anche la scelta dell’organico, nonché tempi e modalità di registrazione: dal vivo, senza mixaggio, senza tracce separate, nell’ordine esatto in cui i pezzi sono in scaletta nel cd. «Avevo un solo modo per registrare – spiega – ed era farlo dal vivo, con pochi microfoni. Niente cuffie, niente sovrincisioni, niente sala voce. Niente trucchetti, niente abbellimenti. Come si faceva una volta. Spero che il pubblico entri in sintonia con questi brani nello stesso modo in cui ci sono entrato io. Una cosa che mi rende felice». Ma cos’è per il vecchio e saggio Dylan la felicità? «Non so cosa sia esattamente, non so definirla. È come l’acqua: ti scivola di mano. Finché si soffre, però, non si può essere felici». E, pensando alla sua America, aggiunge: «Troppi soffrono oggi per la disoccupazione. Tutte queste persone potrebbero lavorare, ma non è compito del governo creare posti di lavoro. Potrebbero farlo i supermiliardari, ma nessuno può dire loro cosa devono fare. È Dio che deve guidarli».