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Musica. Paolo Belli: la mia vita è tutta "un swing"

Massimiliano Castellani mercoledì 14 febbraio 2024

Il cantautore e showman Paolo Belli sul palco dello spettacolo musicale "Pur di far commedia" che riparte con il tour il 16 febbraio da Gallipoli

Riviviamo 35 anni di carriera con il cantautore e showman di Formigine che spenti i riflettori di “Ballando con le stelle” torna in tour con la sua band Paolo l’antidivo da venerdì 16 a Gallipoli riprende l’atteso show musicale “Pur di fare commedia”: la sua storia e quella di un gruppo di musicisti, dai provini fino all’approdo sul palco Nello spettacolo d’arte varia raramente ci si imbatte nel personaggio in cui l’artista e l’uomo coincidono perfettamente, e senza cedere mai al divismo. Ecco spiegati i 35 anni di consenso nazionalpopolare di Paolo Belli, l’eterno ragazzo di campagna, nato sotto il campanile modenese di Formigine il primo giorno di primavera del 1962. «E lì, in un paesino tipo quello di don Camillo e Peppone, per me tutto ha avuto inizio – racconta - . Non avevamo niente, ma avevamo tutto l’amore possibile in famiglia, dove non mancavano mai abbracci, risate, ma anche pianti e tanto pane e cipolla. In quinta elementare con i soldi guadagnati nei tre mesi di lavoro nei campi comprai una tastiera che aveva sette tasti rotti. Per me era la più bella del mondo ed è da lì, pigiando quei tasti che ho cominciato a sognare con la musica». Un sogno che racconta ancora nel suo show Pur di far commedia , sit-com musicali scritte e dirette da Alberto Di Risio, che Paolo Belli appena si smarca dagli impegni in Rai e lascia momentaneamente la sua seconda casa di Ballando con le stelle, porta in scena nei teatri di tutta Italia dove sta per ricominciare il tour 2024 (venerdì 16 febbraio la data zero al Teatro Italia di Gallipoli, poii a Perugia al Teatro Morlacchi il 25 febbraio, Milano 1-3 marzo EcoTeatro, Bologna 3 aprile Teatro Celebrazioni e Roma 5 aprile Teatro Olimpico)

Uno show in cui l’affabulatore fa ridere e commuovere utilizzando il filo conduttore di una musica di cui ormai è il principe nazionale indiscusso: il swing.

Questo spettacolo è fatto da 28 persone tra musicisti, tecnici e altri personaggi della mia compagnia di giro di cui ormai mi sento il capofamiglia, con tutti gli oneri e gli onori del caso. Ogni serata è sempre una nuova meraviglia e come un po’ tutta la mia carriera la considero un miracolo. Ho seguito la lezione di Enzo Jannacci, «fatti saltimbanco», e poi ho avuto la fortuna di incontrare nel cammino musicisti che hanno il mio stesso sguardo sul mondo. Lo sguardo di chi non segue le mode e che è consapevole di proporre un genere di musica che non fa più quasi nessuno, ma che è entrato nelle orecchie e nella coscienza popolare grazie a grandi maestri come Buscaglione, Carosone, Arbore: geni assoluti che hanno compreso prima di tutti che la musica, dal jazz di Cole Porter fino agli Inti-Illimani, non conosce confini, va solo suonata, studiata e proposta al pubblico.

E il pubblico apprezza e affolla il suo show che è una sorta di “commedia musicale”.

Veniamo da due anni di soldout e ormai ci chiamano anche all’estero. Il passaparola funziona eccome e quello che mi rende orgoglioso è che in teatro stanno arrivando tanti giovani che scoprono il piacere del swing: durante lo spettacolo si alzano dalla poltrona e cominciano a ballare. Poi c’è la parte della commedia creata con Di Risio, quella in cui raccontiamo in stile “Blues Brothers all’italiana” la nascita della band, dai provini alle peripezie per arrivare sul palco. I miei compagni di avventura sono uno più bravo e più folle dell’altro. E il mio, il loro racconto sono pezzi di vita vera, fatta di sacrifici ben remunerati. Noi siamo fortunati perché ci pagano per ciò che faremmo anche gratis. Pagato per fare il “swinger”, anzi no, e ringrazio Sting che una sera sentendo che mi consideravo un “swinger” mi ha corretto ridendo: «Guarda che in inglese quella parola lì vuol dire scambista» - sorride - . Meglio solo cantante e musicista di swing dai...

Il “swingman” Belli ha pedalato tanto cominciando con i compaesani Ladri di biciclette che nell’89 esplosero a Sanremo con Dottor Jazz e Mister funk, brano antesignano dell’onda lunga del rap italico della Z Generation. E poi un anno dopo il trionfo al Festivalbar con Francesco Baccini…

Io rappavo già allora, inseguendo però Buscaglione Carosone, Jannacci, James Brown. Volevo fare il poeta in musica, ma c’erano i cantautori, Dalla De Gregori, Paolo Conte, che vedevo inarrivabili. Così ho puntato sulla passione che è rimasta la stessa di allora, quella di fare gruppo, consapevole che “più siamo meglio sto”. A Sanremo eravamo pienamente consapevoli della forza della band, così come quando con Baccini vincemmo il Festivalbar con Sotto questo sole che divenne il tormentone dell’estate dei Mondiali italiani. Baccini? Un talento incredibile che ha scritto cose alte. Ci siamo persi di vista, così come poi ho lasciato i Ladri di biciclette da primi in classifica nell’hit parade che ancora indicava i dischi venduti in centinaia di migliaia di copie.

Giù dalla sella dei Ladri di biciclette dal ‘92 al ’98 la sua storia narra che sono stati anni bui.

Ero alla ricerca di una nuova via attraverso la big band. La musica ti insegna la vita, ma purtroppo nella musica non c’è una scuola di management che tuteli l’artista. E Vasco Rossi una volta mi disse illuminante, come sempre: «L’artista firmerebbe anche sulla carta igienica», a dimostrazione che la passione e l’ingenuità spesso giocano brutti scherzi, ed è un attimo a passare dalle stelle alle stalle. Questo i giovani è bene che lo imparino in fretta.

Ma appena è scattato il nuovo millennio si è rimesso a pedalare forte, prima con Giorgio Panariello e poi con Milly Carlucci Paolo Belli è diventato sinonimo dell’ “uomo del sabato sera” di Rai1.

Con Giorgio (Panariello) in Torno sabato e poi con Milly (Carlucci) in Ballando con le stelle, ho imparato un altro mestiere, quello dello showman di supporto. Con loro e poi con Carlo Conti, Giampiero Solari e Di Risio, ho capito in fretta che la televisione amplifica qualsiasi cosa fai, e quindi se ci lavori devi farla al meglio delle tue possibilità, arrivando al mattino per primo in studio per essere l’ultimo ad uscire alla sera. E poi bisogna studiare, non smettere di essere curiosi, sempre pronti ad imparare cose nuove. Questo l’ho capito a un evento della Fifa, con Messi presente: tutti parlavano solo in inglese e io ero l’unico che non capiva neanche una parola...Mi sono sentito escluso, perciò a sessant’anni ho ricominciato a studiare l’inglese.

Quanto le ha insegnato il suo amico Fabrizio Frizzi?

Tanto. Fabrizio era un “essere speciale” per dirla alla Battiato. Potrei raccontare centinaia di aneddoti sull’amico, dico solo che mi manca molto … Fabrizio correva sempre appena lo chiamavano per presenziare agli eventi benefici, e io provavo a fare lo stesso andando nei luoghi di guerra in Kosovo, a Sarajevo, a Gerusalemme. Una volta gli confessai le mie perplessità sul darmi da fare per gli altri e lui mi disse: «Paolo, fai sempre quello che ti senti, solo così potrai stare in pace con te stesso». Come Frizzi, sento di essere un privilegiato e per questo un po’ in debito con il mondo, perciò un po’ alla volta provo ad estinguerlo quel debito.

Progetti solidali in corso?

Parecchi. Io sono davvero felice quando vedo che posso essere utile agli altri. Con Telethon ho conosciuto un bambino, Peter, che vive a Toronto ed è affetto da una malattia rara. Un giorno i genitori mi scrivono per dirmi che loro figlio vedendomi ha sorriso, ed era da tanto tempo che non rideva più. Oggi con Peter ci sentiamo spesso, gli parlo anche in inglese, sono diventato uno di famiglia… Un medico di un padiglione pediatrico mi ha fatto il complimento più bello, mi ha detto di aver scoperto la “Belliterapia” e che sono una medicina quando parlo e canto con i bambini del suo reparto. Questo mi rende felice.

Da quando è il conduttore delle puntante speciali dello Zecchino d’oro è anche un po’ il nuovo Mago Zurlì.

Grande il Mago Zurlì, Cino Tortorella – sorride - . Se devo dire la verità io mi sento più bambino degli allievi del coro dell’Antoniano. Grazie a Dio non ho mai perso quella purezza e quella passione per il gioco che è tipica dei più piccoli, e questo nonostante sia ormai un nonno. Un nonno pazzo dei miei due nipotini, Damir e Ratmir (nati da mio figlio adottivo Vladik, originario della Bielorussia): il più piccolo che ha due anni suona già la tastiera, il più grande adora il ciclismo e se sarà promosso a giugno gli ho promesso in premio una bella bici professionale.

Musica, ciclismo e calcio, queste le sue tre grandi passioni di una vita.

Sono le passioni che ho coltivato partendo dall’oratorio. La prima parola che ho pronunciato da bambino è stata “Juve”. Il mio idolo di gioventù era Pietro Anastasi al quale ho scritto decine di lettere. Un giorno, ormai adulto, l’ho conosciuto e glie l’ho rivelato, allora Anastasi mi fa: «Ma a me quelle lettere non sono mai arrivate». E io, per forza, le infilavo nella buca della posta senza mettere l’indirizzo - ride divertito - . Ho rimediato a quella svista scrivendo l’inno della Juventus ( Juve storia di un grande amore). Ciclismo per me vuol dire Marco Pantani, e parlare oggi, a vent’anni esatti dalla sua tragica scomparsa, mi fa venire un nodo in gola. Ho avuto la fortuna di correre in bici con Marco in una corsa per noi gente dello spettacolo e mi trovai davanti ad un ragazzo simpaticissimo, generoso, che sapeva anche cantare bene. Pantani ha vissuto il suo sport come tutti i grandi, da artista. Era e rimane uno di noi.