Agorà

L'APPELLO. «Bambini, imparate a vivere anche senza Tv»

domenica 22 novembre 2009
La diffusione della televisione comincia in Italia negli anni Cinquanta e condiziona subito abitudini e comportamenti: la sera la gente va nei bar a vedere le trasmissioni e le segue con attenzione. La televisione era monopolio di Stato, con la pubblicità ridotta ai pochi minuti serali di Carosello, e i programmi spesso di buon livello culturale e sociale. Non è mai troppo tardi del maestro Alberto Manzi, per esempio, ha insegnato a leggere e a scrivere a migliaia di analfabeti.Lascia o raddoppia? di Mike Bongiorno presentava persone di vasta cultura che resistevano per settimane a domande sempre più difficili nella materia da esse scelta. L’interesse popolare verso la cultura mi fece pensare alla "Barraca" di García Lorca, il teatro itinerante che, negli anni Trenta, presentava le opere classiche nelle piazze dei paesi della Spagna a masse di analfabeti culturali. Credevo che la Tv, come la "Barraca", fosse il mezzo per portare nelle famiglie italiane la cultura e la conoscenza degli altri, avvicinando quindi i popoli. Insomma, uno strumento di pace. Non fu così. Quando la televisione si diffuse ed entrò in quasi tutte le case, ci fu chi pensò alla televisione con un altro scopo: usarla per fini commerciali. La prima voce autorevole che avvertì quali pericoli stava correndo la società democratica fu quella del filosofo Karl Popper: «La televisione produce violenza – disse – e la porta in case dove altrimenti non ci sarebbe». È nota la sua proposta: «Chiunque sia collegato con la produzione televisiva deve avere una patente che gli possa essere ritirata qualora agisca in contrasto con certi principi... Chi fa televisione deve sapere di avere parte nell’educazione dei bambini e degli adulti... Il punto centrale nel processo educativo non consiste solo nell’insegnare fatti, ma nell’insegnare quanto sia importante l’eliminazione della violenza». In Italia abbiamo incominciato a preoccuparci del problema soltanto agli inizi degli anni Ottanta. L’analisi critica del problema fu portata avanti in libri, giornali e riviste da studiosi, scienziati, medici e giornalisti: in pochi anni un’ampia letteratura fu dedicata al rapporto fra televisione e infanzia. Fra i più attenti le psicologhe Anna Oliverio Ferraris e Vera Slepoj, e Alberto Pellai, medico specialista in medicina preventiva e sanità pubblica all’Università di Milano, autore del libro Il bambino che addomesticò il televisore (Franco Angeli). Quando la Casa delle Arti e del Gioco lanciò una decina d’anni fa la campagna Una firma per cambiare la Tv la risposta fu immediata e ampia: in pochi mesi furono raccolte oltre 550.000 firme, consegnate simbolicamente al capo dello Stato, e centinaia di lettere che furono poi raccolte nel libro Cara Tv con te non ci sto più (Franco Angeli, 1997). Contro il potere televisivo e in in difesa soprattutto dei bambini sono state tentate alcune operazioni correttive: una è stata la nomina di una commissione governativa presieduta da Francesco Tonucci, i cui lavori si sono conclusi con l’approvazione di un codice di autoregolamentazione sottoscritto da tutte le televisioni pubbliche e private. Un primo discutibile risultato è stata la segnalazione sul video, per mezzo di un semaforo rosso, dei film sconsigliati ai bambini. La Casa delle Arti e del Gioco ha poi elaborato con la scuola una strategia d’intervento che si può sintetizzare in tre punti: 1) Far recuperare al bambino il gioco e il rapporto con la realtà mediante l’osservazione diretta della natura, delle cose e delle persone; 2) Creare nei bambini, nei giovani e negli adulti un senso estetico ed etico, perché soltanto con questa formazione sarà possibile arrivare al rifiuto dei programmi negativi e alla ricerca di quelli positivi (in questa direzione, la scuola dovrebbe quindi possedere un archivio delle opere da studiare e da far circolare nelle famiglie in sostituzione dei programmi di basso livello culturale); 3) Far usare ai bambini il linguaggio televisivo in senso espressivo. Questa proposta è fondata su questa constatazione: il bambino, nel rapporto diretto con l’ambiente familiare e sociale, nei primi tre anni scopre tre linguaggi. Il primo è quello della parola, che imita e di cui ben presto carpisce le regole. Prima dei tre anni egli, parlando, sa già farsi capire. La scuola prende atto di questa capacità e programma interventi per svilupparla come linguaggio espressivo. Il secondo è quello del segno: appena scopre qualcosa che lascia traccia, il bambino usa il segno per rappresentare, con i primi scarabocchi, ciò che egli sa del mondo che sta scoprendo un poco ogni giorno. La scuola ne prende atto e interviene per sviluppare questo linguaggio in senso espressivo, illustrativo, artistico. Il terzo linguaggio è quello televisivo: a tre anni il bambino ha visto scorrere sullo schermo migliaia di immagini, ha visto tante scene e personaggi in modo passivo. La scuola lo sa, ma non interviene per dare al bambino l’uso attivo del mezzo al fine di "raccontare" la sua vita, come fa con la parola e il disegno. Questo è l’obiettivo che deve darsi la scuola. Il sogno è una scuola dove i bambini usano la telecamera e presentano, con le immagini scelte dai propri occhi, il loro mondo in modo originale, come fanno con i disegni e i colori. Da questa ricerca operativa potrebbe formarsi un ampio fronte di bambini, giovani ed educatori produttori di televisione in senso espressivo che, come un piccolo Davide, cerca di opporsi al colosso mediatico che con la logica perversa dal profitto distrugge i valori, censura le opere di qualità. Da anni ho spento la Tv e vivo nella realtà che ho intorno: la natura, le persone, i bambini, le idee che circolano quasi clandestine come in tempi di dittatura, gruppi e associazioni che fioriscono un po’ ovunque, e i sentimenti che motivano questo grande bisogno di pensare, parlare, credere in qualcosa di importante che non sia solo il denaro e il potere. Non ho nessuna nostalgia del mondo finto di questa televisione, dal quale me ne sono andato come il protagonista del film The Truman Show, per essere libero.