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Verona. L’Arena anti-Covid incanta il pubblico. Con Puccini e le cannonate

Giacomo Gambassi, Verona domenica 23 agosto 2020

Il gala-concerto Puccini all'Arena di Verona

Le code sono ordinate. In mano i biglietti. C’è chi ha l’abito lungo, chi la t-shirt griffata. «Da quanto non vai a un concerto?», domanda una signora con la mascherina leopardata all’amica. «Mesi e mesi, purtroppo. Solo tv», risponde lei. Anche se sono le nove della sera, Verona è bollente. E la sua Arena ha avuto il coraggio di non lasciare chiusi i suoi cancelli nonostante l’emergenza coronavirus. Decisione lungimirante. Perché alle serate in cartellone - ridotte sensibilmente rispetto al programma originale e soprattutto trasformate, cancellando ogni rappresentazione in forma scena in quello che è considerato il più grande teatro (e palcoscenico) del mondo - si arriva anche da fuori Italia. Com’è nella migliore tradizione scaligera che il virus non ha intaccato. Distributori di gel sparsi ovunque fra ingressi e corridoi in pietra. Scanner per misurare la temperatura con la mano. Maschere e addetti alla sorveglianza con sguardi rassicuranti. Ma, quando l’ultimo gong annuncia l’inizio, gli spalti sono vuoti (o quasi) rispetto agli anni passati. Non perché i biglietti non siano stati venduti. Anzi, i posti a disposizione sono in gran parte occupati. Ma le misure anti-Covid consentono numeri ridottissimi se si confrontano con quelli delle ultime stagioni estive. Per di più con gli spettatori solo sui gradoni, una fila sì e una no, separati di quasi due metri l’uno dall’altro. E soprattutto senza più la platea, sostituita da un grandioso palcoscenico rosso con l’orchestra al centro dell’anfiteatro. E i coristi che si sistemano lungo il perimetro dell’ovale centrale, ognuno in uno scranno che assicura la distanza di sicurezza.

Per certi versi un’Arena così può sembrare desolante. Ma appunto è solo apparenza. L’atmosfera e il suo fascino restano intatti. Anzi, la temerarietà di sfidare la pandemia e di non fermare la musica li esalta fino quasi a potenziarli. E le sorprese che solo l’anfiteatro lungo l’Adige può regalare rimangano tutte. Come le “cannonate” sparate dagli spalti durante il Gala Puccini di sabato 22 agosto. Qualcuno balza sul suo posto, tanto è inaspettata l’idea in un concerto. Dall’orchestra salgono le note del finale del primo atto di Tosca. Il coro introduce il “Te Deum”. Il baritono Alberto Gazale, uno Scarpia non troppo convincente, sta per imprecare: «Tosca, mi fai dimenticare iddio!». Ed ecco i colpi che richiamano la fuga del detenuto Angelotti da Castel Sant’Angelo e che esplodono sulla musica del capolavoro del maestro di Lucca: 17 in tutto, forse troppo. Ma tant’è... E il fumo degli spari si fonde con i fasci di luce che rimandano alla Roma travagliata in cui è ambientata l’opera: quella della caduta della Repubblica romana nel 1800. Bocche aperte e applausi: che testimoniano come il potere seduttivo dell’Arena resti intatto anche al tempo del Covid, delle mascherine obbligatorie, del distanziamento fisico.

Dura poco più di un’ora e mezzo la serata-concerto. Una carrellata di estratti d’opera segnati per ogni titolo da un colore diverso che illumina il teatro. A partire dal verde acqua delle Villi che apre l’appuntamento. Scelta interessante quella di valorizzare la prima opera di Puccini, rara nei cartelloni. Ecco allora la pagina sinfonica della Tregenda e poi il coro con “Evviva i fidanzati!”. Sul podio Andrea Battistoni, non troppo a suo agio con le partiture del genio toscano. Certo, si perdono molti dettagli in un’esecuzione all’aperto, soprattutto di quell’intimità ben presente nei lavori di Puccini. E anche per un’amplificazione con un missaggio dei suoni non amalgamato a dovere, a causa dell’eccessiva prevalenza di alcune sezioni dell’orchestra. Se la disposizione del coro incanta il pubblico, l’eccessiva lontananza fra i cantanti non ne facilita l’impegno: echi e ritardi sonori lo fanno sentire sfalsato in più occasioni. Conquista però l’Arena il “coro a bocca chiusa” dalla Madama Butterfly. A interpretare la protagonista il soprano cinese Hui He che si presenta con un abito confetto fra il rosa e il viola (colore malaugurante in teatro) ma che si rivela la migliore interprete della serata soprattutto nell’intenso “Tu, tu, piccolo Iddio”. È convincente la Mimì di Eleonora Buratto in “Sì. Mi chiamano Mimì…”, un po’ meno Piero Pretti in Rodolfo con la celebre “Che gelida manina...”. Eppure mentre risuonano le pillole del primo atto di Bohème e un filo di vento entra nell’Arena, sembra davvero di essere nella soffitta trasandata di una Parigi ottocentesca.

Ovazioni per il soprano Maria José Siri, star del gala che a dire il vero non emoziona. Scende nell’Arena vestita di verde. Ed esordisce con “Sola, perduta, abbandonata” da Manon Lescaut di cui viene eseguito anche l’intermezzo con il rosso che domina sulla sfondo. Quindi sostituisce Angela Gheorghiu, assente per un’indisposizione, in “Vissi d’arte” da Tosca. Ed è poi la protagonista del terzo atto di Tosca, proposto integralmente con Marcelo Álvarez, Carlo Bosi e Gianfranco Montresor. Applausi per Álvarez al termine di “E lucevan le stelle” che però stecca clamorosamente nel duetto “Trionfal, di nova speme”. È il blu il colore che accompagna il capolavoro. E sfuma nell’oro per il fuori programma che chiude il gala: il coro finale di Turandot. «Viva Puccini», urla qualche spettatore in mezzo a fragorosi battimani. Il grido passato alla storia era «Viva Verdi» ma è più che condivisibile quello che riecheggia a Verona.