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In scena. Andrée Ruth Shammah: «Il mio teatro tra Testori e Manzoni»

Angela Calvini sabato 1 luglio 2023

Andrée Ruth Shammah

«Per quanto lontano dai noi e dallo spirito del nostro tempo, un classico è tale perché capace di risvegliare dubbi ed emozioni proprie a tutti gli esseri umani». Ed è per questo che la regista Andrée Ruth Shammah ha deciso di fare rivivere I promessi sposi alla prova di Giovanni Testori nello spettacolo originario del 1984. Cogliendo l’occasione di un duplice festeggiamento, quello dei 100 anni dalla nascita di Testori e i 150 dalla morte di Alessandro Manzoni. Sul palco, giovani interpreti affiancati da grandi attori (Giovanni Crippa, Federica Fracassi, Carlina Torta) per questa produzione di Teatro Franco Parenti e Fondazione Campania dei Festival. Nella versione di 40 anni fa Franco Parenti era il maestro di questa compagnia amatoriale di Lecco che si cimenta col capolavoro manzoniano, e Giovanni Crippa, che oggi è il maestro, era uno degli allievi. Più di tre ore di teatro che filano via, nella lingua di Testori che accoglie quella del Manzoni, la analizza e la porta nella nostra quotidianità con i suoi indimenticabili personaggi che ci parlano di vita e morte, gioia e dolore, speranza e fratellanza. Shammah ci racconta l’emozione degli applausi ricevuti lunedì scorso al Teatro Mercadante di Napoli dove ha debuttato il suo lavoro nell’ambito del Campania Teatro Festival 2023 diretto da Ruggero Cappuccio. I promessi sposi alla prova saranno stasera al Teatro Alighieri di Ravenna nell’ambito di Ravenna-Festival per poi debuttare per la prima volta al Piccolo Teatro di Milano, dal 12 al 22 ottobre al Teatro Grassi e passare poi al teatro Sociale di Brescia.

Shammah, lei al debutto al Mercadante di Napoli si è commossa ricordando l’importanza che per lei ha avuto Eduardo de Filippo.

«Io devo a Eduardo, e indirettamene a Napoli, moltissimo. Quando ho iniziato al Piccolo Teatro dove ho conosciuto Franco Parenti si parlava di Brecht, ma per Parenti Eduardo era il più grande drammaturgo mondiale. Io feci l’assistente di Eduardo quando portava i suoi atti unici a Milano, come Ogni anno punto e a capo, poi venni a Napoli. Poi Parenti lasciò tutto per andare in compagnia con lui. Con Eduardo eravamo molto amici, veniva a dormire a casa mia, sono stata sulla sua isola. E comunque è stato il successo avuto dai De Filippo al Teatro Manzoni di Milano a decretare Eduardo come grande drammaturgo e regista».

Lei è una pioniera delle donne alla regia in Italia: che influenza ha avuto Eduardo su di lei?

«Per una serie di anni sono stata schiacciata fra due grandi come Testori e Parenti. Allora poi c’era l’idea che le donne giovani non erano altro che “le compagne di”. Al Manzoni Eduardo a fine spettacolo disse i motivi per cui amava venire a Milano: « E poi adesso a Milàn c’è a Sciamma». Lui era colpito dall’assonanza fra shammah, che in arabo erano gli accenditori di lumi, e “a sciamma” che in napoletano è la fiamma. In quel momento tutti i critici si sono rivolti verso di me e da quel giorno mi guardarono con altri occhi».

Ora invece lei festeggia con I promessi sposi alla prova il doppio anniversario Testori-Manzoni.

«È così importante che io mi sono presa la responsabilità di farlo vivere a 40 anni di distanza. Non posso negare di averlo già rimesso in scena, ma in situazioni protette, ovvero nel nostro Teatro Franco Parenti a Milano. È diverso ora portarlo in giro».

Ma è importante far circolare parole come “fratellanza” e “speranza”…

«Sono argomenti importanti. Come la scena della fuga nella notte sulla barchetta di Renzo, Lucia e sua madre. « L’addio, monti sorgenti dall’acque» quarant’anni dopo assume un valore di universalità. Ma si sottolinea anche il bisogno di un maestro, dei valori, di un insegnamento, del teatro non come esibizione della propria bravura, ma in questo momento come portatore di contenuto. E le assicuro che davanti a questi Promessi sposi i ragazzi impazziscono».

Lei, Testori e a Franco Parenti nel 1972 avete fondato il Salone Pier Lombardo e creato spettacoli memorabili pur avendo estrazioni diverse. Cosa vi univa?

«Io ebrea, Testori cattolico e Parenti comunista, ma avevamo i valori dell’uomo al centro. Fu Testori a farmi diventare regista. Quando Franco andò a Torino a fare Moby Dick con Quartucci perché non avevamo soldi, si domandava chi potesse fare la regia dell’Ambleto di Testori. Fu Giovanni a dire: « E che problema c’è? Ce l’Andrée che ha seguito tutto il lavoro preliminare». Così feci la mia prima regia. Testori mi è stato molto vicino, anche quando ci siamo separati perché aveva trovato la sua strada con Comunione e Liberazione e il Teatro degli Incamminati».

Qual è il suo rapporto col teatro di Testori?

«I nostri lavori tratti da I segreti di Milano come Maria Brasca e L’Arialda sono le cose più popolari che abbiamo fatto, quelle in cui è più riconosciuta la sua grande capacità linguistica. Ma amo molto anche questi Promessi sposi. La struttura dello spettacolo di oggi più o meno è la stessa, ma cambia l’obiettivo. Stavolta sfidiamo le leggi del parlato e del recitato, della differenza tra vita e teatro: vogliamo portare in palcoscenico la vita, i gesti della quotidiantà per togliere quell’idea di esibizione».

E il suo rapporto con Manzoni?

«Provengo da una famiglia sefardita, fuggita da Aleppo. Ho fatto la scuola francese e Manzoni non era in programma. L’ho letto la prima volta per mettere in scena Testori. Poi andando in una casa al mare dei miei genitori c’era un’edizione dei Promessi sposi: mi sono messa a leggerlo per passare il tempo e sono rimasta incantata. Mi piace pensare che siamo forti se riconosciamo che abbiamo alle spalle delle energie che ci danno la forza per andare avanti. Io alle spalle ho Stendhal, Balzac, amo Molière, Marivaux, Baudelaire e Mallarmé. E oggi anche Manzoni».