Agorà

Rifugiati. Filippo Grandi (Acnur): 65 milioni di vite a carico

Nello Scavo martedì 28 febbraio 2017

Giovane madre profuga dalla Somalia nel campo di Dadaab, nel nord del Kenya.

È al termine dell’intervista che le agenzie internazionali trasmettono una notizia: «Papa Francesco si recherà in Sud Sudan». E Filippo Grandi, l’Alto commissario Onu per i rifugiati, reagisce a caldo: «Trovo ammirevole che voglia visitare il Sud Sudan, un esempio della sua attenzione a tutte le crisi, anche le più dimenticate, e del suo approccio pratico e concreto ». Non è l’unica volta in cui l’italiano più alto in grado alle Nazioni Unite in questa intervista parla di Bergoglio. A Grandi tocca affrontare la più grande emergenza umanitaria dall’epoca della Seconda guerra mondia-le: 65 milioni di profughi. «L’imperativo dell’Acnur e delle altre organizzazioni umanitarie – dice – è sempre quello, eticamente irrinunciabile, di 'esserci', in qualsiasi condizione, con qualsiasi prospettiva, a qualsiasi prezzo». Trent’anni di lavoro sul campo che rivivono nelle pagine di Rifugi e ritorni, da oggi nelle librerie (Mondadori, pp. 330, euro 19.50), un testo i cui profitti di vendita saranno destinati a iniziative per l’educazione di giovani rifugiati e di altre persone in situazioni disagiate.


Non è un’autobiografia, né un compendio e neanche un diario di viaggio. Piuttosto, un libro necessario, per capire l’origine delle crisi del nostro tempo e per non rinunciare a sperare. Perché ha deciso di scriverlo?

«Volevo condividere le mie riflessioni, i ricordi, intendevo tirare le somme di questo impegno. Quando l’ho scritto non sapevo che sarei stato nominato Alto commissario, ma volevo trasparisse un’idea di fondo, e cioè che il nostro è anche un mestiere e come tale necessita di padronanza della tecnica, di conoscenza di ogni dettaglio, di alte capacità professionali che si assommano a motivazioni personali che devono essere molto radicate».

A tratti sembra che lei voglia sfatare alcune «leggende».

«Negli anni mi sono reso conto che intorno al nostro lavoro vi sono due percezioni, entrambe parzialmente errate: da una parte l’essere guardati come funzionari privilegiati, sempre in viaggio; dall’altra la visione “romantica” secondo la quale conduciamo una vita avventurosa. C’è del vero, non posso non riconoscere come quello dell’operatore umanitario sia un lavoro con qualche privilegio, seppure con tanti rischi, ma è anche ve-È ro che se vuoi farlo bene devi agire da professionista. Non basta essere solo motivati».

Ci sono pagine molto intime, con speranze e paure, perciò il testo può essere considerato anche come una sorta di «manuale di sopravvivenza » per futuri operatori umanitari. La sua esperienza cosa può insegnare?

«Quando da giovanissimo ho cominciato, non sono partito con l’idea chiara di ciò che avrei fatto 'da grande'. Sono andato tra i profughi cambogiani in Thailandia nel 1984 per il Catholic Relief Service (organismo della Conferenza episcopale Usa, ndr) per un periodo di volontariato di qualche settimana. Ho finito per trascorrerci un anno mezzo e ci sarei tornato una seconda volta. Quell’esperienza mi ha fatto capire che una vocazione poteva esserci, ma non era ancora chiara dentro di me. Due anni dopo ho cominciato il mio servizio alle Nazioni Unite».

Conflitti, carestie, guerre civili. Quali sono i drammi che hanno segnato il suo percorso umano e professionale?

«Ci sono due cose particolarmente faticose da affrontare e sopportare: la sofferenza degli altri, anche se la vedi e patisci indirettamente. E questa può essere devastante. Penso agli anni nel Congo, ai massacri del Rwanda. È stato per me il periodo più difficile, per quello che accadeva e per la difficoltà a coinvolgere l’opinione pubblica internazionale. È stato spesso sconfortante, ma non ci siamo tirati indietro. L’altro aspetto con il quale ci misuriamo sono i fallimenti della politica. Se in un dato momento c’è bisogno di noi è perché altri hanno fallito, perché altre logiche hanno prevalso, e a noi tocca tentare di rimettere insieme i cocci».

In questi trent’anni, cosa è cambiato nella logica e nelle dinamiche che originano i conflitti?

«Ho cominciato a fare questo lavoro in un’epoca nella quale almeno nominalmente era l’ideologia a dividere. Oggi le crisi hanno motivazioni più fluide. Soprattutto rilevo la presenza sempre crescente dell’elemento criminale. Penso alla Nigeria, all’America Centrale, all’Afghanistan, solo per citare qualche esempio. E queste 'economie di guerra' sono divenute determinanti nel definire il contorno delle crisi contemporanee. Per molti aspetti questa è una sfida in più, perché è più difficile stabilire linee di intervento tradizionali, poiché la logica dell’interesse di tipo criminale non segue i percorsi tradizionali della politica».

Nonostante tutto, e nonostante anche le molte critiche, attraverso di voi le Nazioni Unite ci sono sempre e spesso sono l’unico barlume di speranza al fianco di chi ha perso tutto. Cosa può farci guardare al futuro con maggior fiducia?

«Viviamo nell’epoca della comunicazione istantanea. Trent’anni fa era difficile far circolare notizie e informazioni in tempo reale. Oggi invece possiamo trasmettere appelli, rendere pubbliche situazioni di crisi, coinvolgere di più le opinioni pubbliche. È una strada da percorrere. Certo, questa modalità può essere usata anche dagli assassini, penso al Daesh e alla capacità di adoperare i media, ma in ogni caso dobbiamo lavorare molto attraverso questi strumenti anche per diffondere i sentimenti di solidarietà e di umanitarismo che trovo molto presenti nel mondo, ma che hanno bisogno di essere alimentati. Perciò ho voluto scrivere un libro non per gli gli 'addetti ai lavori'».

Lei non nasconde il suo «imprinting» cristiano. Quanto conta?

«Sono un credente e le due grandi influenze culturali della mia giovinezza sono state la formazione in una famiglia e in un contesto cattolico, di quel cattolicesimo 'socialmente orientato' e per il quale, come accadeva a casa nostra, la cosa più sbagliata che si potesse fare era l’essere intolleranti. E poi il periodo da studente durante la fibrillazione degli anni ’70. Ero stato allievo dai gesuiti e poi nella scuola statale, e grazie a questa formazione ho sperimentato la necessità di essere aperto e tollerante. Valori che porto nel mio bagaglio umano e professionale».

Recentemente ha incontrato Papa Francesco. Cosa ha tratto dal colloquio con Bergoglio?

«Nel mio lavoro ho conosciuto e conosco tanti leader. Di alcuni apprezzo la personalità, di altri il carattere, di altri ancora la vocazione, la visione, anche la strategia. Ma ad essere sincero non avevo mai incontrato prima una persona che, come Papa Francesco, riunisca tutte queste qualità. Mi ha colpito la sua straordinaria, direi quasi incredibile, padronanza dei fatti. Ascoltare il Papa mi ha confermato che avere una vocazione, sentire una motivazione per il proprio lavoro, deve essere accompagnato dalla conoscenza, dalla competenza. Insomma, Francesco è un uomo di fede, ma quando siamo entrati nei dettagli delle crisi che stiamo affrontando nel mondo, non nascondo che il Pontefice abbia mostrato una grande e rarissima 'professionalità', pur trasmettendo una grande e profonda fede. Io gli parlavo del mio mestiere, gli ho fatto delle domande, e ricevevo risposte che mi hanno impressionato per la sua conoscenza, ma erano anche risposta “da Papa”. È difficile da spiegare: ma da uomo di fede ne sono uscito personalmente confortato e professionalmente incoraggiato».